Sempre più spesso m’interrogo sul tema del perdono. Non è un caso, ovviamente, piuttosto s’intreccia con viaggi e persone che ho incontrato ultimamente e, soprattutto, con le letture nelle quali mi sono imbattuto. Il “perdono”, un concetto così difficile, che nulla ha a che fare, nel mio caso, con la fede. Non sono credente. Piuttosto con un’enorme forza che si possiede o no, con degli equilibri interiori personali, con il comprendere ciò che più è utile al nostro vivere. “Perdonare”, per me, è stato di grande utilità. Mi ci è voluto un po’ di tempo, ma il “perdono laico”, come lo definisco, è stato prerequisito fondamentale per tornare a relazionarmi. Come, probabilmente, l’essere perdonato. Trovo che il perdonare sia più che un insegnamento e un gesto di clemenza, un atto di vera forza. Se si cancella il rancore, la delusione, la frustrazione, il cieco dolore, significa che si è stati capaci di elaborare, almeno in parte, questo straripare di emozioni. Si è deciso di andare oltre, di saltare il muro che ci rende, diversamente, immobili e condizionati per sempre. Ti perdono per non aspettarmi nulla da te, per non essere deluso nuovamente. Per disinnescare qualsiasi potere o forma d’influenza tu possa avere. Mi rendo conto che non è mai possibile generalizzare e banalizzare un concetto tanto difficile, che ha attraversato e dilaniato con sensi di colpa storici diverse persone, intellettuali, operai, deportati, gente comune che ad ogni latitudine e in ogni tempo trasversalmente ha subito le atrocità peggiori o ne è stata, comunque, testimone. Allora intervengono, per ciascuno di noi, la fede, l’etica, la giustizia. Ognuno si rifugia e cerca una propria risposta, una soluzione adatta a una difficile realtà vissuta o che sta vivendo, trincerandosi in principi di giustizia con un approccio manicheo, o ancora rapportandosi a quella che è un’etica sempre valida, con un’oggettività intrinseca. Altri, invece, si rifugiano nella propria fede cercando tra le pagine scritte e le raccomandazioni tramandate quel sentiero, quella speranza, quel pertugio attraverso il quale mettere a fuoco e risolversi definitivamente. Poi mi sono chiesto, dovendolo spiegare a mio nipote o a mio figlio, come presenterei il concetto del “perdono”. Alla fine, oggettivamente e con un’efficacia parziale, personale, direi loro di perdonare ogni qualvolta ne saranno capaci. Perdonare qualcuno per liberarsene. In senso buono, ovviamente. Per riacquistare distanza, equilibrio, la sana prospettiva che ci consente di andare avanti un po’ più impermeabili e forti. Il mio “perdono laico”, ne sono convinto, quando arriva rinforza, prima di tutti, chi lo concede. Ma raccontata così, è fin troppo facile. Continuo a pensarci.

25stilelibero