Non sono certo che il presenzialismo paghi così tanto. Schiena dritta e dimostrare che la vita continua. Giusto, bene, l’unica opzione condivisibile. L’unica strategia efficace e percorribile. Allo stesso tempo, mi chiedo, di troppo commentario si muore ogni giorno. Un pezzetto della nostra forza è demolito ogni qual volta nuovi tabulati, elenchi di nuovi agghiaccianti numeri ci parlano di morti ammazzati per terrorismo. E le aree sono le più disparate, come le strategie che risiedono in non strategie. Appare evidente che sono singole cellule, singole menti che si coalizzano senza uno schema preciso, se non quello di sparigliare, di immolarsi e farsi saltare in aria uccidendo innocui civili solo per istillare la paura, sperando di essere emulati da pochi altri disperati, che condividono la degenerazione di una condizione economica e sociale estreme. Queste ultime, però, le degenerazioni, travestite da fanatismo religioso, nulla hanno a che fare e che spartire con la religione e il credo. Lo sanno gli intellettuali, chi professa seriamente la fede, il credente comune appartenente a qualsivoglia religione. Lo sappiamo tutti. Per questo ci sembra ancora più irreale essere ostaggio e comunque condizionati, piegati e ammazzati, da poche menti offuscate.  Eppure, l’insicurezza e l’instabilità sono l’ultima arma per produrre un’efferatezza che porta alla ribalta, anche solo per un secondo, i per fortuna circoscritti pazzi e disgraziati  visionari, pochi che si autocelebrano facendosi esplodere.  Consumano l’esistenza in pochi secondi convincendosi di farlo per una giusta causa. Non interessa ai pochi disperati le morti prodotte dalla loro ultima interpretazione nel palcoscenico della vita.  Gesti di disperazione, travestiti da ossequio e devozione alla propria fede, che producono la morte di centinaia e migliaia di persone. Anche tra i morti ci sono altri disperati, come i loro carnefici, che hanno però l’avvedutezza e l’equilibrio per comprendere che saltando in aria non si risolve né produce niente. Nessuno si arrenderà alla profezia insana e infausta di uno scontro di civiltà. Perché qui lo scontro è solo quello di una frangia estrema, che cerca di fare proseliti a macchia di leopardo, e il resto eterogeneo del mondo dove nessuna civiltà è contrapposta a un’altra. Perché non tutti si ha un’idea del globo che è quella di appuntare bandierine, né la supponenza di pensare che la propria cultura e le proprie abitudini siano migliori di altre. Nessuno.  La disperazione di chi s’immola è sempre esistita. Oggi, nel nuovo secolo, si manifesta in questo modo, sotto questa forma meno prevedibile e più destabilizzante che lascia tutti basiti. Per primi quei Governi che dovrebbero reagire veloci nell’individuare soluzioni efficaci. Sono cambiate le guerre, le loro forme, il modo di porsi in conflitto. Ciò che come cittadini sentiamo tutti il bisogno è sì di essere informati e sempre al corrente, ma cerchiamo anche quel sano silenzio che ci consenta di riflettere e continuare la nostra esistenza come ogni giorno è stato. Reagendo naturalmente. Quello che, invece, sottrae forza e voglia di fiatare, di riflettere, perché in realtà rattrappisce il cuore e la speranza, è il continuo sensazionalismo, il commentario sul commentario. Quando si rivendica del sano silenzio è ancora una volta per riflettere. Non l’omertà di chi non vuol sapere o affrontare un problema, di chi si nasconde o non vuole interpretare e determinare la realtà nella quale vive. Al contrario, informarsi ma evitare i commentari inutili. Evitare di rendere l’instabilità e l’insicurezza di fronte al terrorismo mercato utile a pochi imprenditori della politica, a pochi soggetti che si preparano a imminenti elezioni. E’ degenerato ancor più il confronto quando proprio nelle situazioni di massima difficoltà del sano silenzio, della sana riflessione o anche un dibattimento assennato quanto misurato, possono più di urla sguaiate, di giudizi gravi e utili, solo, a raccogliere il voto in più di qualche altro disperato quanto disinformato.

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