Se devo pensare a ciò che mantiene vivo un rapporto al di là del ricordo, delle immagini, delle presenze, penso al rituale. A quanto quest’ultimo sia fondamentale. L’insieme di tutte quelle azioni che caratterizzano e rendono unico il rapporto tra due amanti, compagni, due amici. Penso al lessico famigliare, alla condivisione unica e specifica di un modo di fare, di gesticolare, a un’azione che si ripete identica a se stessa negli anni. Il rituale, pertanto, oltre a essere esclusivo diventa insostituibile. Nel bene come nel male. E chi verrà dopo il semplice ripetersi di azioni che decidiamo di compiere sempre e solo con la stessa persona, avrà il suo gran da fare. Difficile colmare o sostituirsi all’assenza, che è poi essenza, di un rituale. Il rituale siamo noi oltre l’invecchiamento, il deperimento della pelle fino all’estinzione. Sarà una battaglia persa. Non è un ragionamento romantico, ma la constatazione che di ogni rapporto importante rimane ciò che di unico in quel legame si è condiviso. La persona che si è scelta per condividere un segreto, un’operazione, la gestualità che si è riservata a quello spazio fisico e temporale. Proprio quella persona lì, non un’altra, che non è lo stesso. Ne parla una scrittrice italiana, in questi giorni, in un romanzo appena pubblicato. E, se all’apparenza può sembrare banale, mi rendo conto che la mia vita poggia su innumerevoli rituali. Tanti, troppi, insostituibili: tramandati e di nuovi. Se una foto svapora,  vira i colori al seppia, al bianco e nero per rovinarsi,  se la memoria si sfilaccia  per non ricordare più  un pomeriggio assolato  e i contorni e la fisicità della persona amata, il rituale conferisce potenza e senso a tutto quel che si è vissuto e, anche, dimenticato nostro malgrado. La suggestione, che è la personale elaborazione di un ricordo che sbiadisce, è soccorsa dal rituale. E seppure qualcuno possa scambiarla per una sorta di moina, di afflato melenso, una condivisione puerile, è comunque parte fondante di ogni legame degno d’essere considerato tale.  Il rituale, per sua natura, si presta alla narrazione e alla sopravvivenza nel tempo. E’ importante per chi l’ha vissuto, chi l’ha tramandato, chi semplicemente ne ha ascoltato, distrattamente, la descrizione. Acquista le sembianze di qualcosa che si è imparato a memoria, che autisticamente ripeteremmo all’infinito ma sempre e solo con la persona giusta, tutt’al più con altre, consapevoli che non sarebbe la stessa cosa, piuttosto una sua brutta copia realizzata con gregari in assenza del protagonista.

 

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