“Parigi è sempre una buona idea”. Il romanzo leggero, un po’ troppo prevedibile nella sua dolcezza come nel dipanarsi divertito e lieto della trama, riconcilia con il viaggio e con la vita. Con l’idea che, comunque, non tutto è definito perché corroborato dal tempo. Rimettersi in gioco, sempre e comunque, anche quando la nostra esistenza sembra ormai incorniciata, incastonata tra poche certezze e molte incertezze, fa bene all’animo umano. Il cambiamento, poi, coincide sempre con una dose d’imprevedibilità che un viaggio può rappresentare. Perché il viaggiatore non sa mai in cosa s’imbatte, e che ogni viaggio, anche il più breve, provocherà in lui un trauma. Viaggio concepito non solo nell’accezione letterale, dello spostamento geografico da un luogo fisico all’altro, ma come dimensione metafisica dell’incontro, come il soffermarsi a parlare con un vecchio amico che attraverso poche parole ci svela l’evidenza. Era lì, eppure non riuscivamo a coglierla. Il senso vero che ci rappresenta all’istante, la libertà e la consapevolezza d’essere realmente liberi. Nella misura in cui non esistono più “famiglie” pronte a contenerci, perché ogni famiglia ci ha deluso. Ogni capannello si è fatto liquido fino a svaporare come i colori. Ha deluso i nostri valori e riferimenti e, pertanto, non merita la nostra adesione né, tanto meno, la nostra preoccupazione. Non sono le famiglie naturali, non le madri e i padri,  i fratelli e i parenti che non c’entrano evidentemente niente, piuttosto le comunità. Tutto si consuma, evolve. Il problema è che non è sostituito da altro. L’idea di precarietà, di vuoto che spesso ci accompagna, dipende proprio da questa mancata sostituzione. Nuotiamo, come 25stilelibero, in un enorme oceano bianco, lattiginoso, dove non si scorge nulla, se non il proprio moto e stile. Allora, possiamo sbizzarrirci e imprimere l’accelerazione o decelerazione che crediamo più opportuna. Questa è la scommessa del cambiamento, che è sempre preceduto da un oceano bianco, un momento di apparente stasi e immobilismo che ferisce e sgomenta. Potersi ascoltare e anche reinventare. Questo è l’oceano bianco e la tigre azzurra. Fino a oggi cambiare è stata più una costrizione, una decisione non agita ma patita, imposta da una società globale dove tutto brucia alla velocità della luce: rapporti, sentimenti, lavori, sociale, diritti. Insomma, verrebbe voglia ogni tanto di non essere sempre troppo responsabili. A tutti è capitato di pensare, per un attimo, a una circoscritta  regressione all’infanzia, dove qualcuno ci indica la strada e comunica cosa fare: non una rinuncia all’autodeterminazione, piuttosto la possibilità di non rischiare sempre  d’essere giudicati in questo ciarpame collettivo, osservati,  scannerizzati e attesi al bivio. Erratici e pronti a essere sacrificati al giudizio di qualcuno.  Così nel romanzo di Barreau ci sono personaggi che s’incontrano, coronano il proprio amore, lo fanno a Parigi tra le sue vie e rituali unici. Incredibili coincidenze ricollegano tutti i personaggi che si affacciano su questa storia, li legano tra loro come dei punti cuciti con ago e filo. Dalla precarietà nasce la soluzione. Sembrano quelle sfide epocali, tanto decantate nei saggi da politologi e sociologi, e invece è una favola universale. Cosa ci rimane? E’ bello abbandonarsi, di tanto in tanto, all’ipotesi leggera e un po’ sdolcinata, ricominciare a sognare. Imbattersi nelle favole  inzaccherate di sentimenti e rappresentazioni icastiche del bene e dell’ingenuità piuttosto che di fango, nell’assenza di premeditazione per compensare il nostro quotidiano diverso. L’apodittica scelta, nel reale, è invece quella più veloce e tormentata, che porta sempre a conseguire il risultato come a soffrire, come a confrontarsi con una società allo sbando e pronti per il patibolo del continuo, efferato giudizio. Nel vero bisogna scegliere subito da che parte stare, tra i “buoni” e i “cattivi”, in un processo manicheo che tutti controlla e ingloba, dove si lotta per essere meno poveri, per avere uno straccio di lavoro, di salute, di rispetto e, oggi più che mai, qualche diritto in più.  Per questo motivo, dopo diverse bracciate a dorso nelle corsie piene di latte, 25stilelibero facendo leva sulle braccia si è tirato su. A bordo vasca, infatti,  l’aspetta la tigre azzurra da cavalcare di Barreau. Con lei sorvolerà il cielo sopra Roma e dall’alto tutto gli apparirà più bello, unico, diverso dal basso. C’è da augurarsi tante tigri azzurre, molte cavalcate, prospettive diverse, repentine consapevolezze, scelte insospettabili, il cambiamento una volta tanto per ognuno di noi prima che per l’intera “famiglia”.

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