L’immagine più ricorrente degli ultimi giorni, in parte spettro, in parte realtà, è quella del “muro”. Abbiamo pensato di essercene affrancati per sempre e, invece, in questo spazio liquido e tempo dilatato, con l’impoverimento globale della popolazione, con l’incremento della forbice tra pochi ricchi e maggioranza indigente, con la questione tragica dei migranti e l’instabilità politica di Medio Oriente e molti paesi del Nord Africa, dove si mescolano problemi economici e culturali, la barriera è tornata  come rimedio becero e immediato per sedare la paura di chi non si è soffermato a riflettere.  Di chi non lo ha voluto fare, incapace di individuare soluzioni, fermo allo sgomento e alla necessità di trincerarsi in un bunker. Di più, convinto di strumentalizzare lo sgretolarsi di certezze e il vuoto creatosi per farne la propria politica, per rinsaldare populismo e xenofobia, individualismo e auto protezione capaci di riempire ogni vuoto necessario e intelligente.  Il 2016 passerà alla storia come l’anno dei muri e delle recinzioni, delle parole tradite, delle promesse e degli intenti disattesi. Per questo Martina non fa che disegnare bambini, della sua età, che frequentano le scuole elementari, che picconano pareti di mattoncini marroni, che s’inventano stratagemmi fantastici per creare una crepa nella parete. Con la determinazione e la fantasia che solo l’innocenza e la protervia di un bambino possono, ogni mezzo a propria disposizione è utile per allargare la crepa e crearsi un pertugio attraverso il quale passare. Il di qua del muro è sempre soleggiato, rappresentato con colori forti, chiari, luminosi, che rilucono sensazioni di pienezza, folla, presenza e adiacenza. Dall’altra parte, quella della provenienza, rimangono sagome incolori, tristi, cianotiche, dipinte di colore e umore tetri che in fila indiana attendono il proprio turno tra disillusione e mestizia. Il maestro non sa cosa passi per la testa di Martina, che negli ultimi giorni si ostina a prodigarsi in disegni tutti uguali, una sequenza di crepe e picconate. Nel farli ci mette attenzione e al momento della consegna è soddisfatta: quasi non realizzasse il peso e lo spessore di quanto continua a rappresentare. E’ il suo modo di esorcizzare le immagini che i genitori, all’ora di cena, camuffano alzando il tono della voce e rimbalzando da un canale televisivo all’altro nella speranza che le immagini non abbiano sufficiente tempo per sedimentare. Ma questo il maestro Silvestro può intuirlo, non ne ha alcuna certezza.  Cosa racconta il maestro a Martina? Che è brava, che il suo tratto è deciso e che disegnare le consente di buttare fuori tutto, ogni tensione. Non utilizza mai, appositamente, il termine “paura”. Martina prosegue. Ha cominciato a fabbricare disegni anche a casa. Oggi, di venerdì, ha consegnato al maestro Silvestro lo stesso disegno. Una crepa, un pertugio. E’ cambiata, rispetto a tutte le sue precedenti espressioni artistiche, l’interazione tra le persone che si guardano al di qua e di là dal muro. C’è una sagoma, questa volta, che porge un variopinto mazzo di fiori a chi la precede, nel mondo ancora tetro. Al maestro Silvestro sono tornati in mente, come prima sensazione e ricordo, i fiori sparati dai cannoni, sequenza fortunata della campagna contro la guerra nucleare e contro tutte le tensioni successive agli anni ’70. Chissà perché, ma i ragazzini come gli adulti si servono sempre di un fiore per urlare la propria necessità di tregua.

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