Protagonisti in questa fase della storia caratterizzata dai continui sbarchi e tentativi di mettersi in salvo in imbarcazioni improvvisate, dalle migrazioni che ogni giorno riempiono i mari dell’Egeo e del Mediterraneo con percentuali di sopravvissuti e, ahinoi anche morti, che fanno orrore comunque siano lette e interpretate sono propri gli abitanti di Lampedusa, come di tutte le isole del Mediterraneo e dell’Egeo. Vanno ringraziati per l’umanità e la concretezza delle loro azioni. Per il non sottrarsi mai, per continuare a vivere la quotidianità adiacente agli sbarchi. Mentre a livello europeo si dibatte su come intervenire, sulle quote da redistribuire, mentre i Paesi dell’Est Europa erigono muri anacronistici, mentre altri almanaccano di politiche fiscali in cambio dell’accoglienza d’immigrati, altri ancora decidono un tetto massimo giornaliero, altri si rifiutano di accettare i flussi migratori, i cittadini delle isole hanno già deciso. Hanno anticipato i propri rispettivi governi e, in alcuni casi, corroborato le decisioni prese da quegli stessi che si ritrovano, però, sovente isolati. L’idea di Europa anche su questi temi è spesso minata. Sono i lampedusani, gli abitanti di Lesbo, Leros, Chios, Kos, Samos e Rodi così di molte isole del Dodecaneso, dell’Egeo e del Mediterraneo. Ecco perché, al di là del peso specifico che queste azioni potranno avere in quella che deve essere una politica comunitaria condivisa sugli aiuti ai migranti, questi pescatori, ‘ché in gran parte sono gente che vive in mare e di mare, hanno già vinto il proprio Nobel per la Pace. Si parla tanto, in questi giorni, della possibilità di insignire i lampedusani e i pescatori di diverse isole, le loro genti, del premio Nobel per la Pace. Di una candidatura. Qualcuno, lo avrà pensato ma non avrà avuto il coraggio di esplicitarlo, penserà si tratti semplicemente di buonismo, di politically correct, del buon esempio in assenza di altro. La questione che invece a noi interessa è di mostrare, ancora una volta, come ce ne fosse bisogno, che prima delle decisioni ed estenuanti convergenze dei Paesi Ue, sono i singoli cittadini a decidere come affrontare la contingenza, il primo soccorso, ad adoperarsi all’abbisogna che è ormai diventato uno status continuo. Sono miriadi di persone sconosciute, pescatori che viaggiano per mare e sono abituati a ricevere dal mare la propria fonte di sostentamento e sopravvivenza e, pertanto, hanno imparato da subito, da appena nati, a rispettarlo profondamente. Si tratta di pastori, di uomini e donne anziane, di ateniesi che d’estate si recano nelle proprie seconde case di vacanza al mare. Nessuno è escluso. Non lo sono le vecchie signore che hanno semplicemente aperto l’uscio della propria casa, modesta, per offrire un pasto e un rifugio momentaneo a persone in fin di vita, scappate da una patria macchiata di guerra e povertà, alla ricerca della sopravvivenza. Quelli che non sono morti in mare, nel traghettamento, sono stati accolti anche da questa persone. Per questo 25stilelibero ricorda di una famiglia che tre estati fa, con un’imbarcazione d’emergenza, in una notte di un agosto torrido e umido, era spiaggiata sulla costa limitrofa a Siracusa. Vi era giunta con una zattera di legno fradicio, rinforzato, o quel che ne rimaneva. Dopo avere percorso non pochi metri a piedi, era arrivata a bussare alle porte di una casa su di una collina. Una famiglia del posto ha accolto i migranti per diversi giorni. Sono stati rifocillati, hanno avuto un posto dove dormire per alcuni giorni. Il padrone della casa, un medico, sì è anche premunito di prestare una prima accoglienza sanitaria. Allo stesso modo, 25stilelibero ricorda che molti anni fa, prima che il fenomeno migratorio esplodesse e raggiungesse le dimensioni drammatiche, sfuggenti a ogni controllo, in una spiaggia dell’isola di Creta, con il mare mosso, un pescatore lo aveva richiamato tra le onde intimandogli di smettere di nuotare. ’Ché il mare l’avrebbe risucchiato nel mulinello esiziale delle correnti. 25stilelibero allora era piccolo, già si prodigava in bracciate ma, nonostante tutto, obbedì al vecchio signore che aveva una folta barba bianca, un corpo magro e ossuto, occhi liquidi, quelli del mare, che avevano vissuto annegamenti e procelle. Insomma, questi abitanti, pescatori e pastori, da sempre e a maggiore ragione negli ultimi interminabili anni hanno fornito la migliore prova di sé. Come cittadini, come abitanti di isole spesso dimenticate dove il quotidiano va avanti autonomo e con una vitalità propria. Anche quando è attraversato da calamità, anche quando improvvisamente i media di tutto il mondo si ricordano della sua esistenza. Solo allora si accendono i riflettori e i coni di luce potente ma loro, imperturbabili, continuano a essere loro stessi. Le loro vite, parallele a quelle di profughi e migranti, non sono come quelle geometriche, destinate a non incrociarsi, s’intersecano di continuo e dall’incontro s’invera e corrobora l’atavico senso d’accoglienza, di resilienza a tutti gli “ismi”, quell’amore universale e reciproco che non può essere strumentalizzato.
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