Ridatemi l’infanzia, il tempo in cui sentivo un ardore, il desiderio, la voglia di conoscere e confrontarmi con il pericolo e la strada più tortuosa e disconnessa. Ridatemi la curiosità, restituitemi la passione. Perché è così che ci si sente giovani, giusto? Invece, da adulti, com’è che ci si sente? In questa realtà, nel nostro presente, disillusi e quasi abulici. Preparati, ma senza strumenti per incidere sulla tela del presente e dell’esistente. Non è vero che esiste sempre una possibilità, non corrisponde a verità che ci si può sottrarre sempre, che si può comunque dire di “no”. Si può fare, ma la conseguenza, spesso, ci terremota. Non sempre possiamo compiere un passo indietro, scevri da ogni contaminazione e assecondanti solo i valori che ci hanno cresciuto. Pronti a metterci in discussione, cambiare idea saggiamente e combattere. Anche dovere sempre combattere è faticoso. Troppo rispetto ai risultati conseguibili, alle ferite riportate ancora grondanti sangue. Non è vero, ancora, che si può essere sempre indipendenti, pervicaci sostenitori di un’idea e di un ragionamento apodittico, cavalcare un ideale e valore adamantini. Spesso si è condannati all’essere gregari. Quando non si dispone degli strumenti necessari, delle forze per sottrarsi a chi con la potenza e, più volte, prepotenza, c’induce a piegarci alla sua volontà. Non sarò mai il lacchè di nessuno, ma che prezzo ha la mia libertà?! Sentirmi libero non mi ripara dal danno altrui, dall’efferatezza del sistema, da chi non potendomi avere a favore decide di avermi  “contro”. La definizione per contrapposizione. Come quando nella comunicazione spicciola e superficiale, immediata, dettata dalla globalizzazione, quella peggiore, il nostro arbitrio si declina in un “click”, nell’attimo e segno di un “mi piace”, di un “follower” in più o in meno. Non è divertente, forse è efficace per qualcuno, per la psicologia malata di chi è già succube di quest’unica modalità. Per gli altri, no. C’entra il non voler essere scioccamente manicheo. C’entra il monito ad essere critici e diversi da ciò che l’interlocutore e un’opinione comune, prevalente, si aspettano da noi. Tempo, luogo e geometrie non mi consentono di spiegarmi al meglio, di argomentare le mie scelte, di rivelare il mio ragionamento che, di certo, non è anodino ma piuttosto complesso. Perché è già troppo per i secondi che scorrono veloci, tautologico, per l’agenda da rispettare, la platea da soddisfare, le pance da vellicare non esporsi a un “non mi piace”. E’ già troppo  un commento barbarico e salace, rischiare di essere impopolari e troppo romantici, imprigionati in categorie che si ostinano a farci percepire come superate e svaporate. Colori che non esistono più. Allora cerchiamo di dire, di combattere in modo diplomatico, più contenuto, più calcolato, per non esporci  alle intemperie ed essere risucchiati nella barbarie. La stessa, avvelenata, sbraitata e vomitata in rete senza alcuna riflessione ponderata e approfondita. La stessa, solo in parte sopita, certo non risolta nel mondo reale e perciò risolvibile, forse, in quello virtuale. Per questo mi capita di pensare, tra una bracciata e l’altra, che vorrei di nuovo un’infanzia. Perché se non altro, in quel contenitore lontano, potevo riservarmi il privilegio di pensare che il tempo per sbagliare e imparare dagli errori sarebbe stato tanto, molto.

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