Tra tutti gli spacchettamenti vari, le dichiarazioni e contro dichiarazioni, le primarie e le “gazebarie”, le presunte truppe cammellate, l’incognita del voto straniero, gli asti covati ed esplicitati esponenzialmente niente aggiunge spessore e affidabilità al dibattito politico, ma molto continua a sottrarre e svilire. La politica sembra, ormai, davvero impalpabile e dedicata a pochi, anche capacissimi, che hanno deciso di farne una missione. Una minoranza nella maggioranza troppo occupata ad arrivare alla fine della giornata. Non i soliti qualunquisti che si cibano di frasi trite e ritrite, pronti a colpire sempre e comunque nel mucchio, ma la constatazione che diventa urgente occuparsi di sé, della propria sopravvivenza e di una qualità minima della vita, laddove è possibile, con qualche diritto in più piuttosto che inseguire persone e slogan. C’è un tempo per tutto. Ora la Politica deve convincere il cittadino con risposte immediate, tangibili. Risposte, migliorie, sanare qualcuno dei problemi atavici. Diversamente, solo nostalgici e cittadini con il senso civico imprescindibile, segnato come tassello del proprio dna, affogati nell’ambiguo senso del dovere continueranno a esprimere il proprio voto. Solo questa eterogenea minoranza. E’ come se, di là da come si pensi, la Politica non sia stata più in grado di rinnovare se stessa, il proprio modo di esprimersi, di convincere l’elettorato, di fornire strumenti e risultati palpabili e concreti. Il resto è un déjà-vu, un’illusione, l’amarezza e lo scontento che si trascinano negli anni. La gente comune preferisce non parlarne per pudore, per amor proprio, soprattutto chi in passato ha creduto nei partiti e nei loro leader, nell’espressione di un voto, nel cambiamento, nella possibilità di essere parte attiva e determinante, capace di aggredire meccanismi contorti, distorti, lontani dalla democrazia. La popolazione è invecchiata, i giovani sono sempre meno e in fuga dal Paese. Rimane il disincanto a occupare uno spazio sempre più ampio. Non stupisce la disaffezione al voto, né tanto meno che nel partito dell’astensionismo, unico vincitore, si faccia breccia un linguaggio semplice, elementare, quasi tribale, rivolto alla protezione dei pochi privilegi rimasti, l’amor proprio e qualche diritto riconosciuto. Non si può più fare un ragionamento articolato, dettagliare una visione, analizzare nello specifico ciò che non va per cambiarlo. A stanze si sostituiscono altre stanze, a persone altre persone sovente solo anagraficamente più giovani, con linguaggi moderni e sintetici, ma le questioni cruciali restano irrisolte. Sono lì, sempre in primo piano. Come meravigliarsi dell’abulia cittadina, dell’anestetico generalizzato come strumento per proteggersi, per evitare di sprofondare ancora? Non esistono canali di trasparenza e il mercato è talmente saturo da non potere ospitare talenti, idee, capacità e volontà di cambiamento. Forse la china pericolosa e inesorabile un poco sta cambiando, in positivo, ma nel frattempo intere generazioni si sono scottate, alcune bruciate, e hanno abbandonato il tavolo della discussione e del confronto. Non vogliono sapere, lo trovano inutile, e piuttosto sparigliano. Esprimono il proprio voto antisitemico non perché credono nella presenza di un’alternativa valida, che possa rispondere al proprio malcontento, semplicemente perché tutte, partendo da storie e con ideali differenti, laddove hanno sperato e votato e si sono impegnate per anni sul territorio, da semplici cittadini, hanno visto il fallimento. L’elettorato ha assistito, inerme e basito, alla combustione della speranza, agli ideali svaporati, alle categorie che opinionisti ed editorialisti si sono impegnati con accanimento a mostrare come non più esistenti, quando invece sono stati proprio il cibo per le generazioni d’oggi, quelle che dovrebbero cominciare a raccogliere tutto quel volontariato politico e civico seminato negli anni d’infanzia e adolescenza. Non è tornato indietro niente. Probabilmente anche questa è Politica, ma non possiamo meravigliarci, quindi, di qualsiasi esito. Anche di quello apparentemente meno credibile. Perché i sondaggi, così le analisi politiche continuano a farle gli specialisti della Politica, gli stessi politici che sono, loro malgrado, completamente scollati dalla realtà, quella più destrutturata e quella più colta, quella più povera e quella più ricca. In modo dirompente e trasversale, la disillusione regna e conquista territorio, repentina, inciampando in qualche ologramma di un tempo che fu come in qualche informazione moderna e veloce, che si nutre e coltiva nei social, ma disconnessa dal reale. Modernità e realtà se si somigliano non si toccano. Uno degli equivoci più ricorrenti è stato proprio questo. Non basta cambiare un volto, un’età, servirsi di un mezzo agile per comunicare e snocciolare percentuali, numeri; sciorinare risultati all’infinito, allo sfinimento, con giaculatorie e mantra, nella speranza di mostrarsi diversi e incidenti. Restano sempre e solo i problemi. Una disoccupazione, in primis, che anche se tende a migliorare, costituisce sempre il vulnus di ogni discussione. Le aspettative sono sempre, comunque, disattese o comunque deluse. Noi si spera più, ma il disincanto sembra avere ammaliato tutti, come un effetto lisergico, una malia negativa, un sortilegio. Restiamo con le frustrazioni quotidiane, ci facciamo i conti e i più fortunati trovano una sorta di equilibrio, di precarietà tollerabile, di strana convivenza. Siamo funamboli, impacciati e imprecisi, colti da dimenticanze e distratti dalla necessità di salvare il salvabile: la sopravvivenza. In questo clima generale vedere stracci che volano, faide interne, correnti contro correnti, il reiterarsi di vecchie astiose dinamiche, bastoni contro bastoni, gruppuscoli pronti a farsi la guerra, a smentirsi un giorno per ricompattarsi quello seguente come niente fosse accaduto, non aiuta. Ma forse una soluzione non c’è a questa istantanea, cinica e priva di un qualche moto di risonanza. Passano i turni, i pareri, la passione, l’entusiasmo. Niente di certo. La scollatura è troppo grande.