Bisogna avere il coraggio di andare oltre. Di continuare a combattere e pretendere, ora, qualcosa in più. E’ sempre una lotta, un contrasto continuo, perché persiste molta cultura conformista, corriva, imbelle e che teme perché ignora, perché non conosce e non sa cosa può significare l’estensione di un diritto del quale, al momento, è unica beneficiaria. I diritti sono sempre rappresentabili da una coperta sgualcita, che strattonata da una parte e dall’altra tende sempre a sfilacciarsi e rompersi. Personalmente mi trovo “oltre”, a favore di tutto, dell’estensione della totale autolegittimazione e del diritto a vivere la propria vita come meglio si ritiene, senza offendere o cagionare del male a nessuno. Non si fa che parlare di procreazione assistita, di madri surrogate, di madri sfruttate che per denaro sarebbero pronte a coronare il sogno di coppie omo ed eterosessuali non in grado di procreare, che quindi aggirerebbero leggi esistenti o inesistenti, secondo come si percepisce il livello di emancipazione e riconoscimento della materia nel nostro Paese, recandosi all’estero. Si parla degli eventuali traumi di bambini che crescono in una famiglia con due padri e con due madri, contraddetti puntualmente da neuropsichiatri esperti della materia, probabilmente gli unici a doversi esprimere in merito. Perché, per i paladini dei diritti acquisiti e da proteggere come un fortino inespugnabile, non conoscere il proprio donatore, l’altro genitore biologico per il quale spesso si chiede l’anonimato è un’aberrazione. Una distonia nello sviluppo psicologico del nuovo nato. Nei molti Paesi dove queste pratiche sono concesse e ammesse, disciplinate, come il caso del Canada ad esempio, non mi pare si siano sollevate questioni etiche o problematiche mostruose. Nella mia vita ho incontrato diverse coppie che non avrebbero potuto essere genitori e che hanno ricorso, ciascuna secondo le proprie disponibilità, a viaggi della “speranza”. Sono tornate con un figlio. Non me la sento di condannarle, al contrario provo amore e ammirazione per loro. Di più, le ammiro per la forza e la tenacia dimostrate, per la capacità di affrontare un’ignoranza magmatica ed esiziale, perché vere determinatrici del processo di cambiamento. Dipendesse da me, ammetterei tutto. Con i dovuti paletti e una regolamentazione, un controllo che valga universalmente, ammetterei tutto. Ritengo che il problema sui diritti, vada considerato alla base, all’origine: la loro estensione e riconoscimento è una battaglia di civiltà che nulla sottrae a chi, di questi diritti, già beneficia. Chi, invece, non può beneficiarne, anche se la genitorialità non è un diritto, aggirando il vergognoso vuoto giuridico o l’incapacità conservatrice di chi non progredisce e si mette in discussione, finalmente può vivere nella felicità e serenità, la propria e della persona della quale ci si prende cura per sempre, con tutti i doveri che quest’assunzione di amore e responsabilità comporta. Chi vive la negazione dello status di genitore come un dolore profondo e non elaborabile, con conseguenze imprevedibili: questo un tema che andrebbe dibattuto, invece di ridursi alla meschina guerra del preservare i diritti e continuare a strattonarseli come trofei personali, a sottrarre a chi non ne dispone. Lo ribadiamo, l’essere madre o padre non è un diritto, ma non si comprende l’ostinata e pervicacia lotta, una tautologia, contro chi vorrebbe coronare un lecito e sano desiderio. Queste banali considerazioni valgono sia per le coppie eterosessuali, per quelle omosessuali, che per i single che non possono adottare. Un enorme pasticcio cui mettere mano e rivedere completamente. Per questo ritengo un falso problema la battaglia in difesa del corpo per la procreazione e gestazione di una gravidanza. Madre e padre sono coloro che si assumono dei doveri nei confronti di chi hanno deciso di educare e crescere come figli propri. Cosa può interessare se ci sia o meno una consanguineità tra il figlio, la figlia e i propri genitori? Cosa può davvero inficiare una serenità famigliare all’interno di un nucleo, variabile quanto contemporaneo, se i genitori sono due uomini o due donne, piuttosto che un uomo e una donna? Pesa, piuttosto, il troppo tempo nel quale si poteva legiferare e provare un confronto importante e non si è fatto, l’arrendevolezza, l’abbandono della lotta e della discussione. Il nostro Paese è talmente arretrato che proprio per colmare i vuoti legislativi, negli anni, hanno fatto giurisprudenza le sentenze di diversi Tribunali nazionali e internazionali. Le Corti Internazionali ci hanno chiesto spiegazioni e accelerazioni dopo averci ammonito. Bisognerebbe chiedersi perché ci si è mossi così tardi, perché ancora oggi parlare di madri surrogate, di possibile sfruttamento, di anonimato dei donatori di ovuli e spermatozoi può indignare tanto. Cosa sottrae tutto ciò a chi può appagare il proprio desiderio di essere genitore naturale? Non ci si è mai chiesti come può davvero sentirsi, intimamente, chi questa scelta non ce l’ha. Chi non ha una legge a disciplinarne un desiderio. Perché in partenza, per una scelta differente di amore che ha fatto, non può adottare figli nel proprio paese né procrearli, né farsi aiutare dalla scienza. Qui l’eugenetica non c’entra niente, così come non c’entra lo sfruttamento del donatore nei Paesi indigenti, laddove ci fosse una legge precisa, con riferimenti specifici su ciò che è ammissibile e come conseguirlo. Ci sono madri che praticano la surrogata anche a costo zero, amiche o amici che si mettono a disposizione di coppie solo per vederle felici, perché a loro donare uno spermatozoo o un ovolo, così come attraversare una gravidanza, nove mesi della propria esistenza, è un gesto volontario e d’amore. Così sono per l’eutanasia e il testamento biologico, per una vita che sia degna d’essere vissuta. Non capisco cosa ci sia d’incredibile e lesivo dei diritti altrui.

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