In un viaggio breve quanto intenso si rinnova il rito del perdersi per ritrovarsi. Una costante nella mia dimensione dello spostamento è quella di entrare, dal suo principio, in una fase di alienazione e ottundimento. Mi ci costringo. Come smettessi i panni dell’oggi per entrare in un altro personaggio: non un teatro, però, piuttosto la necessità di improvvisarmi altro. Un processo catartico. Che poi è sempre la mia, di vita, ma se non sento il distacco, anche minimo dal già percorso e noto, che mi rende dimentico della famiglia, dell’origine, del momento nel quale dovrò fare ritorno, allora non è viaggio. Potrei trovarmi alla latitudine e longitudine più disparate, nella terra più inesplorata al mondo, dove non ci sono simboli, idiomi, forme e valori similari, ma non starei viaggiando. Starei occupando uno spazio in attesa che qualcosa o qualcuno mi sorprenda, mi distragga dal noto. In questo caso lo subirei il cambiamento, non lo agirei. Spesso riguardo un vecchio film, a me molto caro, di un grande regista italiano, che parte proprio con la definizione del “viaggiatore”. Ne tratteggia la distinzione dal quella del “turista”. E non ne fa una questione culturale e comportamentale, non attribuisce giudizi, semplicemente si limita a sintetizzarne la psicologia. Il “viaggiatore” è colui che partendo non perde neanche un attimo del proprio tempo a pensare quando e se tornerà; allontana la dimensione famigliare per cercare di viverne un’altra. Anche in un arco temporale circoscritto, anche senza dovere andare lontano. E’ un esercizio della mente, un sentire diverso e appassionato, la reiterata e impellente necessità di reinventarsi e pensarsi differentemente. Il “turista”, invece, è colui che pur godendo e, anzi, forse sfruttando appieno la dimensione del viaggio, fin dall’inizio immagina il suo rientro, mosso da un fazzoletto potente di nostalgia che racchiude nel ventre. In questo non posso che concepirmi “viaggiatore”:  ‘ché poi nulla ha a che vedere con le proprie origini, l’attaccamento alla propria terra,  i legami famigliari. Questi ultimi possono essere tutti risolti, mai messi in discussione, eppure si è attratti dal moto verso l’esterno, l’altro, lo sconosciuto, la necessità di ricominciare, di pensarsi “altro”  altrove, o anche nello stesso spazio, in un tempo impercettibile, con pochi soldi e senza mezzi. E’ il moto dell’animo che spinge verso l’esterno, questo è viaggiare.  Basta  concedersi un momento di disimpegno nel quale fantasticare, anche rimanendo chiusi nella propria abitazione. Bastano un pensiero, una lettura, un incontro, il silenzio dal quale farsi coccolare, una barriera con la quale proteggersi  e spezzare una sequenza di avvenimenti,  convenzionalmente decisi e riconosciuti,  che siamo chiamati a condividere . Se l’impulso riesce a passare dalla testa al corpo, o a rimanere nella testa  ma ad astrarci completamente, non siamo impazziti: stiamo viaggiando. Tutto questo è profondamente democratico, perché trasversale ad ogni ceto e condizione sociali. Può costare molto in termini economici, come nulla. Sull’astrazione del viaggio, sulla parabola reale o immaginifica da compiere, bisogna essere in sintonia solo con sé stessi e, pertanto, non devono pendere problematicità di altro genere. Una mia amica, disoccupata, ha colto il momento di maggiore precarietà e frustrazione esistenziali, nel quale le era impossibile tratteggiare un qualsivoglia progetto, articolare un’idea che le potesse portare reddito, sviluppare una nuova professione per allontanarsi un mese intero. E’ andata via, in un altro continente. Facendosi ospitare, certo; con l’aiuto dei propri genitori, certo, ma lo ha fatto. E se non si hanno i genitori, c’è altro. Ci sono organizzazioni che reclutano persone mettendole a disposizione degli altri:  tante vite da ricominciare. Ci sono i pianerottoli di casa propria dove ritagliarsi, al di fuori di lavori o non lavori, dei viaggi. Ci sono esigui spazi in case in affitto, in stanze condivise, in quella dove siamo nati e non ci è stato possibile lasciare, per strada.  Un posto dal quale cominciare a viaggiare esiste sempre.  Non c’è niente di mistico o filosofico in tutto questo, semplicemente la voglia di difendersi, di porre una barriera sana di discontinuità, il macinare nuove esperienze e il creare dei sani filtri. Continuo a nuotare nella stessa vasca da diversi anni, un’estensione di venticinque metri di lunghezza e circa due metri di larghezza, nei quali ho vissuto e immaginato mille esperienze.

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