Eppure un po’ di causa ed effetto sono necessari: percorsi logici che restituiscono verità dei fatti. Non per attribuire colpe, anche meriti. E’ sempre più difficile individuare dei parametri oggettivi, dei contenuti, quelle informazioni certe e certificate che restituiscono la verità al mittente e ai cittadini. Il caso Regeni è significativo dell’opacità che tutto ammanta, delle ragioni altre, dell’incapacità e dei limiti che alla fine ci lasciano senza risposte. Basiti, inermi e dunque inerti: non per volere o mancanza di determinazione, ma per assenza di fonti e prove provate.  Perché la verità o il suo simulacro, quel che ne resta, forse non sarà mai accertata. La storia, purtroppo, l’ha insegnato: così è stato per Ilaria Alpi, che dopo anni torna tristemente alla ribalta. Finiscono in prigione persone innocenti, condanne esemplari per coprire, ancora una volta, verità altre. Tutti espedienti per zittire la legittima pretesa di verità. Fiaccano, stancano. “No” –  certo – “non tutto può essere bianco o nero, non esistono ricette, ma è davvero avvilente abituarsi a vivere di continue sfumature, ambigue quanto ferali, prospettive sfocate e fuorvianti”. Accade sovente: a livello locale, nazionale e internazionale. Casi irrisolti.  Politiche irrisolte o non sufficienti a centrare e arginare problemi. Si alternano carrellate di esperti, tecnici, politici o pseudo tali, tutti convinti di realizzare una rivoluzione, quell’attesa.  E qualcuno, magari, ci riesce; ci si approssima un poco e ne riconosce l’odore, ci svela la propria sincera predisposizione, l’anelito. Poi, però, in un modo o nell’altro, tutto si ammanta, ancora, di opalescenza. Come un paziente ciclotimico, il Paese vive improvvisi stati euforici autoconvincendosi che le chimere non son tali, che i traguardi sono lì a portata di mano, come sprofonda nella rassegnazione. Perché tutto cambia per restare assolutamente identico.  Siamo sempre più ripiegati su noi stessi, concentrati sul presente, fugace ed effimero, non certo perché la nostra prospettiva sia così modesta, bensì per paura di essere ancora una volta illusi e perché troppo impegnati a finire la giornata. Le speculazioni sono privilegi per pochi, non fanno media, non sono rappresentative e sono sgradite, indigeste per lontananza dal mondo reale. Questa constatazione non è un enunciato di resa, di abbandono del campo, né la rinuncia a valori e ideali, alle ideologie e ai partiti che non svaporano mai, ma vanno solo contestualizzati. Davvero, però, tutto finisce nell’indeterminatezza per somigliarsi, acquista una tonalità acida e indefinita, grigia. Una sensazione grigia: la sinestesia del presente. Non quella di domani.

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