E’ vero che quando tutto sembra scivolarti dalle mani, perdere consistenza, farsi liquido e poi evaporare, perché è difficile trovare uno stato definito e permanente, cioè la risposta giusta, il vuoto che si crea tra le dita subisce la continua tentazione di essere colmato da altro. Attorno a te, venditori di fumo, di semplicità, di prove muscolari e grida sguaiate. Dispensatori d’indefinito, vestito da soluzione incontrovertibile ed efficace, strafalcione diretto che si approssima a un improperio e parolaccia. Sembra che le parole si siano esaurite, di essere tornati a uno stadio primordiale caratterizzato di gesti e singulti, di rumori tonitruanti dov’è più efficace colpire nel mucchio. Comunque, ci piaccia o no, l’urlatore ha sempre una risposta immediata, da sfoderare all’occorrenza. Non è mai curata, piuttosto sciatta e volgare, ma raggiunge il suo obiettivo. Nella dialettica politica, ovviamente, di questioni che contrappongono, ce ne sono tante. La percezione più comune è che manchino soluzioni nonostante il lavorio continuo, lo scervellarsi, lo sferruzzare delle menti al laboratorio. Ci si dilunga in discussioni, nel tentativo di analisi approfondite, che se soddisfano alcune considerazioni e risolvono degli aspetti del problema, ne lasciano insoluti altri. E’ qui che subentra il millantatore, il venditore di chimere, lo sguaiato narcisista. Qui s’insinua facilmente, nel malanimo della gente schiacciata tra la crisi economica e quella istituzionale: l’elettorato tende a essere suggestionato da chi una risposta la fornisce, immediata, superficiale, l’importante è che riempia lo spazio dello sconcerto e dell’insicurezza. Della versione importano modalità e tempistica con la quale è veicolata, il contenuto passa in terzo piano, per chi forse si lascia ancora sfiorare dal dubbio e dal buonsenso della riflessione.  E invece qualcosa si starà pur muovendo, decimali sciorinati dal Governo, pur sempre con un segno positivo. Il dato è già allettante, ma questi decimali, questi lenti spostamenti non riescono ancora a farci percepire il miglioramento, non cambiano la qualità né la condizione della nostra esistenza. Anche per chi è figlio di valori precisi,  di un’esistenza tracciata, fatta di formazione e cultura di riferimento, riempita di ideologia, per chiunque abbia agito da cittadino attento e scrupoloso è difficile attribuire importanza ai dati. Perché sono timide flessioni. Allora il ragionamento si avvita su se stesso e cominciamo a pensare che buona volontà e competenza, da sole, non possano bastare a cambiare il Paese. Non smettiamo di sperare, di pensare che come per ogni periodo storico, a noi è toccata la “crisi”, però dopo la crisi ci attenderà qualche altra dimensione. Cosa, ancora? Un avvitamento, con risucchio nel mulinello dell’indefinito, galleggiare in una gora senza speranza, oppure incamminarci verso un’inaspettata quanto duratura ripresa, un sole all’orizzonte. Una considerazione oggettiva, a parte, che si reitera ogni qual volta si vive nella sensazione e percezione dell’immobilismo e dell’indeterminatezza politici, è che riaffiorano i diritti e l’importanza del loro riconoscimento, della lotta affinché sempre più persone possano goderne e vedersi riconosciute dal proprio Paese. Come se rispetto al passato, per la prima volta, il tema dei diritti non fosse subalterno, e perciò secondario, ai temi politici ed economici. La crisi di positivo ha determinato questo: tornare a parlare e promuovere diritti come passo ineludibile e imprescindibile dell’esistenza. Il tentativo, la lotta e il contrasto a ogni forma di discriminazione diventano centrali e il loro dibattito indipendente da qualsiasi altro fattore. Su questi temi non è più ammessa ignoranza, né tabù, pregiudizi, stereotipi, ritardi: siamo troppo indietro per non accettare ammonimenti, che piovono a livello nazionale e internazionale, che altro non sono che la necessità  di conformarci alla giurisprudenza prevalente, al riconoscimento della società che già viviamo, l’estinzione di un debito pregresso.

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