Che poi me la ricordo bene: la suggestione, la tristezza, l’essere testimone di un momento importante, intriso d’ammirazione. Sentimenti contrastanti: il dolore che sedimenta, di chi ti abbandona, di chi per tanto spessore lascia il vuoto dietro di sé. Sai già che quel posto sarà difficilmente colmabile e, allo stesso tempo, per contrasto, provare la gioia di averne condivisi il ragionamento, il pensiero e gli ideali. Di averlo visto raccontare, ragionare, letto nelle labbra dei tuoi genitori, intenti a interpretarne il pensiero e a citarlo di continuo. Come pochi politici sanno fare, rimandava quell’incredibile capacità di renderti parte, se non tutt’uno, con un progetto condiviso, un ideale generale, tanto giusto quanto assoluto. Allora, certo, i partiti e le ideologie erano netti e marcati, com’era importante schierarsi, sempre e comunque. Indispensabile occupare il proprio spazio e la propria identità. Dopo qualche decennio sembra impossibile riprovare simili sensazioni. Di quel pomeriggio, sommerso dalla fiumana di gente a piazza Venezia, con mia madre che mi strattonava per il braccio, ruvida e compresa nel momento, ricordo gli occhi traboccanti lacrime e l’aria ispessitasi, pesante. Severa e solenne. In quell’atmosfera, come per incantesimo, un prodigio laico, restava la gigantografia di un ideale, dell’impegno, della trasparenza, del sacrificio e della reale sintonia con la politica. Agli occhi miei, di bambino che frignava, rappresentava già una meravigliosa alchimia, miscellanea di capacità, lucidità, sobrietà, analisi puntuale e critica. Sagacia e trasparenza viaggiavano, a braccetto, nei suoi occhi lucidi e in quelli della gente che lo commemorava. Oggi è strattonato da una parte e dall’altra per avvalorare le riforme che verranno. Fa un po’ impressione pensare a quanto fosse differente l’attitudine e il comportamento di un politico come Berlinguer. Migliore, diverso, notevole, unico. Quella diversità che oggi manca, che sarebbe valore aggiunto e, contestualizzata, marcherebbe la differenza. Mia madre procedeva in silenzio, spedita, asciugandosi le lacrime che le rigavano, copiose, le guance. Con il braccio teso che terminava in un pugno chiuso, orgoglioso, a fendere l’aria. Con l’altro continuava a tirarmi a lei. Una carta d’identità, un gesto d’affetto e ammirazione per un uomo che aveva comunicato tanto e confermato come contenuto e sostanza superino, di gran lunga, forma e velocità. “Concetti”, questi ultimi, che oggi pervicacemente s’impongono. Eppure, se è necessario evolvere nel tempo e contestualizzare, accondiscendere a mutazioni e personificazioni eccessive, sorprende e lascia basiti. L’individuo riluce e si distingue nella folla non per un atto di furbizia, per l’abilità oratoria e il mero calcolo machiavellico, ma perché scelto ed eletto, esaltato nella sua peculiarità. Quel giorno del 1984, avevo dodici anni, e mia madre mi strattonava il braccio fino a lasciarmi tatuati lividi. Sopportavo in silenzio, perché comprendevo che qualcosa di troppo grande si era verificato e avrebbe lasciato, per sempre, il segno. Ricordo la fiumana di gente con gli occhi liquidi, iniettati di sangue, tanto erano rossi. Il senso di gratitudine e rimpianto per un uomo che aveva lasciato tanto, troppo.

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