Difficile non collegare i festeggiamenti dei settant’anni della Repubblica con il voto per le donne in Italia. Un voto che ha fatto e continua a fare la differenza, allora come oggi. Difficile non collegare questa ricorrenza all’omicidio di Sara Di Pietrantonio. Per questo in molti hanno scelto di ricordare la Repubblica proprio esibendo qualcosa di “rosso”, a sottolineare la necessità, sempre viva, di contrastare ogni forma di violenza e discriminazione. Quanto capitato a Sara Di Pietrantonio ci costringe, ancora una volta, a ragionare sulla strada da percorrere. Ci induce a non dare nulla per scontato. Vale per ogni minoranza, per ogni realtà che rivendica la propria esistenza e che, esercitando il diritto e la libertà, scombina il controllo di qualche altro. In questo caso quello dell’ex compagno, colto da un raptus di follia, di violenza pura non giustificabile. Vale per ogni minoranza, maggioranza, realtà che rivendica la coscienza di sé e la propria libertà d’espressione. Per secoli, come rilevato da Recalcati, la donna che rivendicava la propria legittimità d’espressione, la libertà d’essere e agire, è stata concepita come un elemento fuorviante, perché non decodificabile, non omologabile e dunque prevedibile. E ciò che non prevedo non lo controllo, perché esso stesso è libero di cambiare opinione e posizione di continuo. Così erano bruciate le streghe, tutte quelle donne tentatrici e rivoluzionarie, antinomiche e distoniche rispetto al controllo. “La cultura sessuofobica che non poteva ospitare lo scandalo del desiderio” che la donna incarnava. Certo, Recalcati parla da psicanalista e i suoi riferimenti sono scientifici. Eppure in questa giornata di festa, di diritti acquisiti, di democrazia rinnovata, ci piacerebbe festeggiare ma farlo in modo composto, perché ben sappiamo che nella nostra comunità – città, comunità – Paese, sono troppe le questioni ancore aperte. Come scrive Nadia Urbinati oggi, quando allora il referendum decretò la vittoria della Repubblica, l’enormità fu accolta con una gioia composta, quasi un ossimoro rispetto all’eclatante risultato che avrebbe condizionato e cambiato le nostre vite a seguire. La “misura”, richiamata, è quella per non offendere nessuno. Lo stesso timore che, anche chi aveva votato allora “contro”, potesse sentirsi tagliato fuori, completamente scevro di diritti, di possibilità d’espressione. Allora la gioia composta restituiva, almeno in parte, il senso della comunità, dell’appartenenza a unico orizzonte anche se eterogeneo. Oggi ogni vittoria è festeggiata in modo sgangherato e sguaiato, di rivoluzionari se ne vedono ben pochi, e ogni possibilità di confronto si riduce a un talk show mediatico, poco più di una puntata di una telenovela. L’importante è nuotare nella scia del clangore, sopravvivere nella forma, ’ché poi il contenuto qualcuno lo spiegherà. Occupare le opposte fazioni solo gridando e berciando. Storie e ideologie non sono svaporate, al contrario, ma tornano non contestualizzate, non ridiscusse nella nuova compagine. E’ urlato il loro ricordo, opacizzato. Tutto sopravvive sul piano dell’enorme clangore, del tifo che si fa sempre forma prima che sostanza. Così, a prescindere dai referendum, dalle riforme, dalle efferatezze e discriminazioni, si fa presto a dichiararsi guelfi o ghibellini, a postare il favore o disfavore, i “like” e i “dislike”, le emoticon che sottraggono verbo e discussione. Buon 2 giugno a tutti, il più consapevole e argomentato possibile