Per me, come per chiunque, è difficile pensare a quanto accaduto alla famiglia Cucchi. Alla Corte d’Assise che, ieri, ha scagionato nuovamente i medici che nel precedente verdetto erano stati riconosciuti colpevoli. Non grido vendetta, da cittadino, a prescindere. Penso, però, che sia inaccettabile non riuscire ad avere la formalizzazione di una verità, lo schermarci e difenderci dalle ingiustizie e incomprensioni, non riuscire a vedere riconosciuto un diritto di fronte un’evidenza. Solo perché questo, apparentemente, non può essere corroborato da prove giuridiche. Si deve potere mettere un punto, scrivere la parola “fine”, quella che restituisce un significato alla famiglia di Stefano e a sua sorella Ilaria. Lo stillicidio delle diverse sentenze, dei pareri discordanti, quando non antitetici, erode quella resistenza e quella lucidità che s’invera ogni giorno nella consapevolezza di essere nel giusto e di dovere restituire giustizia a chi l’hanno sottratta. Però, qui, c’è molto più. L’evidenza di un corpo barbaricamente ucciso. C’è la sofferenza, protratta nel tempo, un misto di disperazione, lucida, e legittima richiesta di verità. Ilaria è un’eroina, ma non lo è tanto per dire, perché rappresentazione icastica, realtà, che testimonia non solo un legame di sangue, ma un affetto inverosimile, la fratellanza come dovrebbe sempre essere. E’ testimone di un amore destinato a non estinguersi mai, anche di fronte alla burocrazia, alle manipolazioni, alla difesa di corporazioni, alle arringhe che negano l’accaduto o ne virano e sfumano l’evidenza. Eppure un morto c’è stato. Questo è l’unico inconfutabile dato. Per questo, ieri, la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, ha deciso di postare la foto del fratello martorizzato e di accompagnarla con una lettera. Uno scritto sintetico e potente, che evidenzia ancora una volta l’incubo nel quale tentenna e brancola l’esistenza di una famiglia, il dolore che non trova tregua, l’ingiustizia che non riceve risposta. Eppure, un nesso logico, ultimo, deve pur essere ricostruito. Il concatenamento di azioni che hanno prodotto la morte di Stefano Cucchi non può essere una tinta che svapora. E, seguendo il ragionamento parossistico della sorella, in realtà, fintantoché non si arriverà a nuovo verdetto, successivo a nuovo ricorso già annunciato dall’avvocato della famiglia, questo farraginoso e irrispettoso cammino finora ha dimostrato una sola tesi: Stefano Cucchi è nato già “morto”. Era “morto” quando studiava, quando si allenava, quando trascorreva del tempo con gli amici. Era “morto” nella propria quotidianità, nella stanzetta, per le debolezze che gli sono state attribuite. Come se una parte caratteriale, di ciascuno di noi, legittimasse gli altri a catalogarci e imbrigliarci, a incorniciarci in uno stereotipo. Laddove non arriva in modo inequivocabile la giustizia, molto più può il giudizio comune. Ma io non sono né la mia forza, né la mia debolezza. Prima di tutto sono: persona, essere umano e, come ogni altro, merito rispetto e considerazione. Altrimenti, dovremmo pensare che dietro le Istituzioni si annida e riproduce un atteggiamento lombrosiano e proliferano equazioni e proprietà tutt’altro che transitive e logiche. Stefano Cucchi, come sostiene provocatoriamente la sorella Ilaria, ieri, non era “morto” di una morte “reale”, ma per la considerazione che lo accompagnava da tempo, della quale avidamente, di più bulimici, si sono serviti i suoi “accusatori”. Questo è, nello sconforto e nella tragedia infinita, il dato che raccogliamo e sul quale continuare a riflettere perché, comunque, a questa vicenda non si ponga mai la parola “fine”, se non con giustizia reale e scevra da una morte che “precede” Stefano, nella quale si specchia l’ignoranza di molti. Ilaria Cucchi va invece sostenuta e ringraziata, ogni giorno, per la forza, la lucidità, quel desiderio di rimettere tutto nel giusto ordine che ognuno di noi, suo fratello in primis, merita. Grazie Ilaria, e non sarà mai abbastanza.

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