Mai come quest’anno, nel breve tempo di sospensione e riposo, ho cominciato a osservare attentamente, su di un’isola, il comportamento della gente. Ebbene, più che l’attaccamento alle vite virtuali, ai social, ho trovato maniacali le orde di famiglie attraversate dall’ossessione di dovere scattare foto, commentare, autocelebrarsi, ritrarsi in ogni momento, essere continuamente presenti nella vita del proprio telefonino. E non si è trattato solo di bambini, giovani adolescenti, anche persone adulte, anziani. Non sono più riuscito a pensare che fosse inevitabile, la naturale evoluzione della tecnologia ai tempi dei social, ho pensato piuttosto a quanta solitudine interiore potesse attraversare questa moltitudine di persone. Identici scatti fotografici, reiterati fino al demenziale, che non apportano niente di nuovo, solo colmano la solitudine di chi scatta.  Così diversa anagraficamente, tutta questa gente è accomunata dall’esserci e da doverlo provare e testimoniare in ogni modo, attraverso facezie, monosillabi, descrizioni del proprio umore.  Qui il lavoro non c’entra niente, che è la prima motivazione addotta ogni qual volta la persona è tacciata di essere troppo presente sul web.  Si manifesta, piuttosto, un disagio, la necessità di costruire tanti legami eliminando le coordinate spazio temporali, un’altra dipendenza. Non tutte le dipendenze sono di per se stesse nocive, ma certo non aiutano a evolvere, né nel percorso della propria consapevolezza. Difficile comprendere in che direzione ci stiamo orientando. So solo che a vederli esternamente, ho provato sconforto. Moltitudini sole, un ossimoro triste, attaccate a ogni possibile wi fi intercettato occasionalmente per strada. Tutti ripiegati sui propri telefonini e tablet per decine di minuti. Uno di fronte all’altro, senza parlarsi per ore, pur costituendo lo stesso nucleo anagrafico, la stessa famiglia, la stessa compagnia di viaggio.  Certo è tutto più efficace e veloce, sul piano quantitativo, ma dimentichiamoci dell’amicizia, dello scambio reale di opinioni, di sentimenti tra famigliari, di una qualche somiglianza alla realtà, alla genuinità del proprio pensiero e afflato, anche eloquente e ricco silenzio.  Il compulsare sul web che produce molta insicurezza e superficialità non osserva regole né verifica fonti, è piuttosto l’epifania del sentito dire, della notizia riportata da qualche altra persona e arricchita di un ultimo dettaglio che la  rende  moderna “calunnia”. E così le file ostinate di persone a fotografare lo stesso scorcio, il gattino qualunque, il tramonto qualunque, il selfie qualunque, in ogni dove e momento per emulazione dell’altro in una sorta di bulimia. Catturare tutto, rubare immagini e realtà invece di viverle a fondo, di entrarci in contatto e interagirci. Che me ne faccio d’innumerevoli foto qualunque quando non ho avuto il tempo di saggiare il soggetto ritratto.  Le Istituzioni, tuttavia, possono dovere utilizzare tutte le piattaforme esistenti per esigenze, imprescindibili, che consentono di raggiungere tutti. E anche qui, con tutti gli opportuni distinguo, considerato che molte personalità ritengono ormai più importante esprimere le proprie opinioni e scelte politiche interagendo con i cittadini  prima sui propri profili facebook o twitter, piuttosto che rilasciarli a un giornale o una semplice conferenza stampa.  Ma per i cittadini no. Ed è impensabile che gente intelligente, solo perché sola, si ritrovi a compulsare sul web, a postare canzoni che la rappresentano nel vissuto, passato  o presente, a elaborare monosillabi che dicono e non dicono, solo riempiono tempo e spazio, solo arrivano a un potenziale destinatario per urlargli il drammatico “ehi?! Io ci sono”. E anche “chissenefrega, no?!”- ci viene da rispondergli di continuo, per rispetto di chi davvero è solo non per scelta e comodità o perché sedotto acriticamente dalla tecnologia.  Conoscere la tecnologia e usarla all’abbisogna non è proprio equivalente a compulsare continuamente sulla rete, a esprimere qualsiasi informazione personale, a descrivere nell’altrove-ovunque il proprio stato d’animo. Non c’è rimasto che egocentrismo, la stessa faccia della drammatica solitudine.

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