Ho pensato sempre a come il tempo sia concepito differentemente, a seconda dell’età. Da bambino pensi di averne a volontà, ti permetti di sprecarlo, pensi sia importante ma non indispensabile perché la strada che ti si para innanzi è talmente ampia, che le occasioni per riempirlo e utilizzarlo al meglio saranno infinite. Quando arrivi ai quaranta anni cambia già tutto: vuoi raccogliere i frutti di un meritato lavoro, degli sforzi, dei passi meticolosamente preparati,   delle energie profuse, degli sforzi, delle aspettative che hanno creato i tuoi per te e che tu hai continuato a fomentare e ingigantire fino ad autoconvincerti e inverarle. Perché potere è volere: lo era ai tempi della “non crisi”. Poi arriva la maturità, con la vecchiaia un acciacco, un malanno e allora capisci che il tempo è come una linea con un capo certo e, l’altro, quasi certo nell’incertezza. Non un ossimoro, la caducità della luce, della determinazione. Non ne hai più facoltà. L’essere troppo presto trafitti da un raggio di sole, mentre è subito sera.  Questione di tempo, ma le rughe ti riempiono il corpo, le articolazioni si accartocciano, tendi a piegarti su te stesso e i tuoi organi interni non fanno più il loro dovere. Nel migliore dei casi è un ammutinamento casuale, dovuto semplicemente alla vecchiaia, all’incedere feroce e democratico  del tempo, nel peggiore una malattia irreversibile, una calamità accidentale  quanto imprevedibile. Allora, vorresti cibarti di quel che rimane il più possibile e, nonostante le forze si sfilaccino, resiliente cerchi di dare voce, compulsivo, a tutto ciò che ti rimane da esprimere: pensieri, parole, suoni più o meno comprensibili, gesti muscolari.

“Eccomi”- ti racconti e dici agli altri.

Afferri oggetti, fantastichi di ricordi, di quello che è stato e sarebbe potuto essere, delle occasioni mancate, degli amori che si sono rivelati tali solo per te, nella tua mente, frutto della tua sensibilità lisergica, di quelli invece veri che fortunato hai consumato e costruito.  Ricominci  a ripassare i ricordi più sfocati per non dimenticare i contorni dei volti delle persone cui hai voluto bene o che, al contrario, hai odiato. Ricominci a  leggere nevroticamente  e avidamente, illudendoti che gli spazi bianchi lasciati repentinamente dalla dimenticanza e demenza senile possano essere colmati da altre informazioni. E lo fai  nonostante gli occhi comincino a non assisterti più, e ti incaponisci quando non riesci a stare dietro a quel mondo che ora, d’improvviso, gira troppo veloce e ti lascia indietro. Troppo indietro. Appena arrivi a comprenderne un aspetto, un piccolo segmento,  è già oltre. Il meccanismo pervicace che ti lascia indietro è destinato a un elitario  sipario per pochi giovani attori. “Pochi”, sempre pochi perché nel nostro Paese la popolazione di anziani è maggioranza, unico ammortizzatore sociale rimasto, unico nido dove accoccolarsi di fronte le intemperie e difficoltà che s’infrangono contro quei sogni certi, coltivati ad arte dall’infanzia e la sola certezza dell’incedere, del giorno che si avvicenda  alla notte.  Così cominci a tradurre ogni ruga in conquista, un’esperienza che vuol raccontarti qualcosa, seguiti  fantasticando sui non detti poetici che ti hanno circondato e che, prima di te, si approsimeranno all’altro capo della linea per chi è già arrivato. Sei triste?  Certo, ma  avvalori ogni esperienza condivisa e diventi il loro biografo, di anziani al capolinea.  Li vedi testardi, arrabbiati per la distanza che li rende inabili, che li fa sentire inadeguati ma allo stesso tempo così affascinanti. Fermati e immagina solo tutto quanto hanno già vissuto prima di te: potrebbero scriverci libri, rivelare arcani, tenere lezioni su come assaporare la vita, su come non avvitarsi in inutili rimpianti, su come combattere un carattere indolente e pavido, retrivo,  a volte solo e isolato, a come non essere, ahimè, come sono stati loro.  Di fronte il capolinea ciascuno dovrebbe meritare un attimo di clemenza e riflessione, gli occhi spalancati e liquidi di un interlocutore,  non un’assoluzione ‘ché molti di noi non sono credenti né lo saranno al proprio capolinea,  ma un tentativo di comprensione.

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