I giovani scappano da Facebook e da Twitter per approdare a “snapchat”. La tecnologia evolve, rapida, corre e rende vetuste le piattaforme nelle quali tante solitudini virtuali tessono la propria tela. Lo fanno incessantemente, ma senza un vero scopo, non sono Penelope. E’ un esercizio di dipendenza, senza termine.  Non ho nulla contro la tecnologia, al contrario, non può che essere assecondata, con raziocinio e controllo, ma comunque monitorata. Istituzioni, Politica e mondo aziendale non possono farne a meno, come chiunque deve di continuo comunicare in modo rapido, semplice, efficace e democratico – arrivando a tutti o quasi – informazioni utili, servizi, provvedimenti, attività culturali, sociali e sportive. Non solo comunicarle per rivendicarne la paternità, anche solo per portarle all’attenzione e riflessione di altri: interlocutori, elettorato, clienti. I limiti, però, riguardano chi, cominciando per gioco e scherzo, si è ritrovato, nel tempo, completamente assorbito dalla rete. Perché ne è rimasto blandito dalla semplicità e velocità con la quale costruire e condividere una “platea”. Anche questo è bisogno di comunicare, intessere relazioni rassicuranti. Però è evidente, se ne parla da tempo: la dipendenza afferisce a un problema individuale e va contestualizzata alla realtà sociale della persona dipendente, poi, probabilmente, alla cornice più difficile che tutti abbraccia, quella sociale ed economica. Senza sciorinare numeri e percentuali, fonti statistiche ormai arcinote, che le individualità e le solitudini si propaghino e moltiplichino proprio ai tempi della crisi, non può essere un caso, semmai un effetto, il sintomo di un disagio più profondo. Se i messaggi che deleghiamo alle piattaforme sono sempre e solo “umorali”, destinati a descrivere uno stato d’animo, sempre soggettivo, a pubblicizzare uno squarcio della nostra emotività, del nostro quotidiano privato, anche se positivi ma riconducibili alla specifico e individuale vissuto, la domanda scaturisce spontanea: “che bisogno c’è?”. Non è forse meglio tornare a intessere relazioni vere, rapporti reali: è una imprescindibile e banale evidenza. Perché, non facciamo che ripetercelo, la tecnologia non può e non deve sostituirsi ai rapporti umani. Se ciò avviene, in chi abdica al proprio dovere di cittadino e, prima di tutto, d’individuo, vuol dire che si è generato uno squilibrio. L’incapacità di sganciarsi dalla necessità di vedere legittimata la propria presenza, una platea di commenti e gradimenti virtuali, un cospicuo numero di followers pronti a restituire dignità e veridicità, peso e spessore a quel che pensiamo, urliamo, cinguettiamo non è un bel segnale. Questo può essere ammissibile, entro certi limiti, se si è istituzione, forza politica, società piccola o grande che deve promuovere e informare su quanto accade e produce. Ma da privati cittadini quale soddisfazione, alla lunga, può trarsi dall’essere onnipresenti? E’ più utile e sano sottrarsi, lasciarsi cadere per riappropriarsi del proprio spazio, fisico e temporale, alimentare le proprie relazioni e affetti utilizzando energie, sforzi e il tempo che rimane. Per questo pensare che molti adolescenti abbandonino le piattaforme digitali, mi auguro sia anche il sintomo di un disagio di sovraesposizione ed esautoramento dell’intento, una fuga, un ritorno verso ciò che si è momentaneamente accantonato e dimenticato.  Abbacinati dalla novità tecnologica, dopo avere compulsato anche l’istinto primordiale, avere dispensato informazioni tanto personali da non interessare nessuno, forse ci si è accorti di quanto sottrarsi sia impagabile. L’informazione ai tempi della crisi  deve essere sempre più dettagliata e complessa,  non possono bastare pochi caratteri e qualche proposizione per esprimere un ragionamento, una posizione politica, una scelta nazionale, un processo che ci riguardi  tutti. Se questo avviene, ci si accontenta di pillole sintetiche, di felicità e informazioni plastiche, artificiali, innaturali. Allora si è destinati a s – cadere. Anche in politica il dilagante populismo che ha contagiato molta comunicazione, dov’è più facile trovare l’alternanza d’invettive, lo sbertucciare, il deridere, l’offendere, lo schernire con monosillabi, suoni gutturali e primitivi, ormai ha perso la propria efficacia e, forse per qualcuno, semplice “seduzione”. Tutto si è fatto  così essenziale e ritirato, sintetizzato e sintetico, che siamo oltre l’insulto e la superfice: subiamo una sorta di vellicamento continuo che non ci rappresenta e ammalia più, lascia solo vuoto attorno a noi. E su questo vuoto, che è una scommessa, dovremmo tutti provare a ripartire, per superare la comunicazione sgradevole e plastica, la poca sagacia, il profluvio di battute salaci fino al triviale, l’effetto ormai smontato e disinnescato della spudorata e reboante offesa. Insomma, spero che dietro ogni fuga da una piattaforma a una nuova, le chat condivise ma circoscritte, ci sia di base anche il rifiuto per la modernità fine a se stessa, che stanca e non rappresenta più, che non consente di esprimere la propria complessità e completezza. O invece no, sono l’ulteriore evoluzione verso la solitudine informatica. Insomma, trovo che sottrarsi e rendersi assenti dal mondo virtuale, tutto, all’abbisogna non possa che fare bene. Restarci sì, ma solo per lavoro, per documentare, per riportare informazioni  e non per manifestare il proprio umore.

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