Mangiamo meno. Siamo quel che mangiamo e, sottraendoci ai lauti pasti e alle uscite fuori ai tempi della crisi, piuttosto preferiamo un cellulare in più ma rimanere nella nostra povera solitudine.  Tutto questo significa minore socializzazione e, ancora, l’abbandono dei cliché sulla popolazione italiana per cui, anche in tempo di gravi difficoltà, il cibo e la ristorazione sono ambiti ai quali difficilmente ci si sottrae. Ancora, un altro dato da sfatare, dopo quello del Censis di De Rita, è l’altro annoso cliché che per decenni ci ha rincorso e connotato come generazione di “mammoni”. Anche questo ha ormai perso ogni validità: se si resta a casa in età adulata – soprattutto è cresciuta la percentuale dei giovani compresi tra i venticinque e i trentaquattro anni – è solo ed esclusivamente perché si è disoccupati, si è perso il lavoro, non ci si è mai inseriti in modo stabile e, anche, la precarietà e il nero non consentono, comunque, alcuna autonomia. Il Job Act ha certamente concorso a migliorare il mare magnum delle differenti tipologie contrattuali e, l’anno scorso, a far sì che le aziende assumessero di più. Dopo, però, si è avuta una regolarizzazione delle assunzioni a tempo determinato e, nella migliore delle ipotesi, il tempo determinato si è fatto, per pochi privilegiati, indeterminato.  Si sono combattute forme contrattuali tanto atipiche da sfiorare o sfociare nell’illegalità. Tutto è servito, certo, ma non basta a eliminare la piaga della disoccupazione. Non è pertanto un dato culturale e di emancipazione a pesare, ma prettamente economico. Se l’offerta del lavoro aumentasse, non ci sarebbero alcuna velleità e ritrosia “mammona” a imbrigliare un giovane che ha studiato, che si è formato e, spesso, laureato. Il dato è ribadito dal fatto che la percentuale dei giovanissimi, appena maggiorenni, che non solo tendono a non continuare gli studi e smettono di progettare il proprio avvenire ma, potendo, emigrano dal Paese, pure è in aumento. Se il dato culturale della dipendenza dalla propria famiglia e affettività fosse efficace e verosimile, sarebbe almeno anomalo che i più giovani, con l’abbandono dell’Italia, mostrino di essere meno “mammoni” dei loro fratelli più grandi. Facile dire, come spesso accade, che si detesta la radicale rassegnazione di adolescenti e giovani al proprio avvenire. Come la disillusione e assenza di una qualche prospettiva siano state tanto introiettate da divenire monadi, insindacabili e imprescindibili, del ragionamento. Se così è stato, è perché questi giovanissimi non hanno avuto alcuna possibilità o termine altro di paragone che non l’arrangiarsi, il vivere d’espedienti, l’ora e il subito.  Interessante notare come lo stesso dato riguardi, anche, gli immigrati. Di questi ultimi abbiamo un disperato bisogno perché concorrono a determinare una parte consistente del nostro pil nazionale, perché assicurano al nostro sistema pensionistico di potere sopravvivere ancora nel tempo, perché con la propria attitudine e lavoro si sostituiscono a un welfare nazionale che si sfilaccia.  Anche gli immigrati che transitano in Italia difficilmente lo fanno per restarvi. Il nostro paese è visto come una terra di mezzo, di transito, per trasferirsi nel nord dell’Europa.  Sono cambiati il nostro Paese e la sua percezione esterna: non è condizionato da elementi culturali, ma meramente economici.

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