Ho sempre immaginato che sarebbe arrivato, prima o poi, quel giorno. Cronaca di un’unione annunciata, prossima, sperata. Non lo esplicito troppo per paura che non s’avveri, per scaramanzia che mai mi contraddistingue. Lo scrivo per testimoniarlo, perché penso di meritarmela, perché è un diritto ritardato, perché non mi sono mai immaginato a trascorrere la vita da solo. Non ne sono capace. Tendo a dovere costruire una rete di dipendenze positive, di affettività, propendo per intessere rapporti. Nel pensiero e nei convincimenti sono individualista e rivendico sempre la mia opinione, che può essere isolata come condivisa e accomunarmi con milioni di persone, ma non sarò mai un anaffettivo. Non sarò mai in grado di vivere da solo e invecchiare uno, se non in un destino che mi è imposto, avverso, che subisco. Se non per una dimensione che devo accettare costretto e nella quale non posso in alcun modo entrare con l’arbitrio.  Non mi basto e, comunque, ho profondo timore di mettermi alla prova. Probabilmente, tranne rari casi, non si sceglie mai di restare soli, ma ci sono individui che per vocazione e personalità sono naturalmente portati a esserlo, a convivere con la solitudine in perfetta armonia ed equilibrio. Non solo si bastano, ma si cercano in un momento dilato nel tempo, soli con loro stessi.  Vivere da singoli, sopravvivere a qualsiasi calamità, rialzarsi con una naturale forza di sopravvivenza e gettarsi oltre il muro, l’ostacolo, mostrare e ostentare quella disperazione che ti porta a sopravvivere prima che a vivere, a essere prima che a pensare. Ed è anche un bene il riuscirci.  Nel ragionamento che dipano e stendo su una tavola ad alta voce, non c’è alcun giudizio, né conclusione. Solo, se non costretto, penso che non sarei mai capace di vivere nella solitudine. Mi mancano momenti con me stesso, di creatività, di ore trascorse a dedicarmi ai miei interessi e alla cura di me, ma questo non mi rende un solitario, né tanto meno una persona che predilige la solitudine.  Non è questione di essere più o meno forti, è come si è stati allevati, il risultato delle esperienze fatte, l’evoluzione del proprio carattere e gli schemi nei quali si è cresciuti, che si ereditano e reiterano. Anche questo meccanismo non è generalizzabile, ma provenendo da un’esperienza positiva difficilmente ce ne distaccheremo e cercheremo, al contrario, e con naturalezza, di riprodurla. Se l’esperienza di base e il nostro percorso e ambito di provenienza saranno stati negativi e avremo collezionato indesiderate esperienze, come traumi, negatività, nella nostra crescita sceglieremo una discontinuità ragionata. Ci si evolve migliorando, tendendo a una percezione di benessere. Per questo ho sempre pensato che non sarei rimasto solo, che avrei cercato d’invecchiare con una persona da amare e da cui essere amato, che avrei tentato di riprodurre un nucleo più o meno ampio di benessere. Non un ossimoro: un nucleo più ampio possibile. Non sono stato padre, non per scelta ma per un sistema istituzionale che oggi non lo consente nel Paese che abito. Voglio, almeno, potere essere il compagno, il marito di qualcuno d’amare. E l’oggetto dell’amore è tanto importante quanto la capacità e la tensione, l’attitudine all’amore. La si apprende vivendo, pian piano, cascando e rialzandosi. Per questo ho deciso di cominciare a tenere una sorta di diario che precede la mia unione civile. Perché anche se un simbolo, solo un simbolo di un percorso sentimentale cominciato molto tempo addietro e sviluppatosi in un crescendo di conoscenza e spessore, lo ritengo comunque un traguardo importante. Un ricordo da spolverare. La cifra di un cambiamento insperato.  Di quelli che hai sempre sognato e auspicato, ma non hai mai potuto pensare certi, soprattutto in un mondo così imprevedibile e dalle geometrie ostili. Un mondo dove tutto sembra combatterti e resisterti, volubile e liquido, astioso e invidioso contro ogni ragionevolezza. Comincio oggi e mancano poco più di due mesi da testimoniare con un pensiero al giorno.