L’elemento nuovo nell’analisi del contrasto alla violenza sulle donne è proprio il maschile, l’uomo. Negli anni, come per ogni trasformazione sociale e culturale, si è sempre sensibilizzato su efferatezza e crimini indicibili, quasi anacronistici, purtroppo reiterati. A farsi promotrici dirette della battaglia a difesa della propria esistenza e incolumità, del ruolo sociale che hanno rivestito, sempre in evoluzione, oltre ogni stereotipo e pregiudizio, sono sempre state le dirette interessate: le donne. Quello che sta cambiando, da quest’anno nello specifico, è la volontà degli uomini di schierarsi apertamente, nella propria vulnerabilità e nella consapevolezza di essere portatori di una cultura ereditata e antica, spesso intrisa di pregiudizio e luoghi comuni, sovente espressione di dinamiche psicologiche insane e mai messe in discussione. Questi uomini si rendono portavoce, promotori indiscussi del cambiamento e della sensibilizzazione. Perché, se è vero che l’origine del comportamento violento si annida nell’uomo, è anche vero che l’uomo ne prende consapevolezza, ne parla di più, ha maggiori strumenti e conoscenze per disintossicarsi. Quello della violenza è un comportamento aggressivo, malato, che potenzialmente può scegliersi vittima e obiettivo sempre nuovi. Disintossicarsi dalla violenza è disintossicarsi dall’attitudine alla violenza, da quell’istino apparentemente incontenibile per chi ne è devastato. Un percorso non facile: bisogna prima prenderne consapevolezza, poi chiedere aiuto, farsi ospitare in strutture specializzate, i CAM, supportati da equipe di professionisti.  Il cammino della sensibilizzazione e contrasto alla violenza sulla donna serve, per prima, alla vittima: la donna stessa. Le serve affinché cambi quell’atteggiamento corrivo, incapace di prevenire e contrastare una dinamica famigliare che si viene a creare naturalmente, in un crescendo emotivo insano, prodotto da origini antiche mai messe in discussione e analizzate con coraggio e ribellione. Qualcuno parla, anche, di una più o meno consapevole complicità che alberga nel destinatario di una violenza. Difficile anche solo da comprendere, eppure in alcuni casi l’omertà e la vergona prevalgono sulla denuncia. Ammettere di avere subito una violenza significa svelare la propria debolezza, mostrare l’incapacità di ribellarsi, di denunciare, semplicemente liberarsi del sano pudore e della riservatezza, schiudere la privacy, quel limite che è giusto resti invalicabile.  Denunciare è ammettere un fallimento, lo sfaldarsi definitivo di un legame affettivo. E allora ci si colpevolizza con il silenzio, fintantoché questo è possibile. Un’indagine Istat ha calcolato che negli ultimi quindici anni sono stati 1.600 circa, e la cifra è sottostimata, i figli dei femminicidi: orfani due volte, di una madre e di un padre, colpevole, dal quale saranno allontanati. Difficile immaginarsi il futuro di questi minori, le capacità e forze che dovranno trovare per elaborare quel lutto indescrivibile consumatosi all’interno delle proprie mura domestiche. Con l’ansia continua e sempre vigile che, magari, possano reiterare, una volta adulti, parte di quegli inaccettabili atteggiamenti che hanno portato propria madre a essere maltrattata, uccisa, la propria vita e nucleo famigliare a essere annichiliti.  Le donne che hanno subito una forma di violenza si calcola in Italia siano oltre i 6.000.000, e di queste il 21 % ha subito violenza sessuale, un 20.2% violenza fisica e un 16.1% stalking. Ai tempi dei social è facile sensibilizzare ma, allo stesso tempo, colpire con accanimento senza alcuna remora. Purtroppo, la moderna tecnologia, se non sottoposta a precisi controlli e paletti, rischia di essere un veicolo che accelera la discriminazione. Pensare alla violenza sulle donne senza porla minimamente in relazione con il web, con le ambiguità ammesse dalla democrazia digitale, la facilità e velocità con le quali possono diffondersi, è la cifra dello sfogatoio becero e barbaro che investe un po’ tutti i campi della moderna comunicazione. Anche quella che dovrebbe essere istituzionale. Sul web si consumano battaglie tribali, insulti di ogni genere. Quello che possiamo fare è richiamarci a un’attenzione maniacale nella scelta di comportamenti e parole da utilizzare, nell’adozione di un gesto piuttosto che un altro, nella pervicace resilienza all’ignoranza dilagante, al conservatorismo e alla paura di ciò che è apparentemente diverso da noi, minoranza e rappresentativo di una cultura non “prevalente”. C’è molto da fare, ma mai arrendersi, perché se è tutto vero quanto esposto, è anche vero che si stanno modificando le prospettive, gli approcci, si eliminano i diaframmi, ci si interroga continuamente contro ogni generalizzazione. Pertanto, anche tra gli uomini sono molti, la maggioranza, che sente l’urgenza d’indicare e rappresentare una discontinuità con il passato, con i retaggi culturali e tutto ciò che, nel migliore dei casi, appare solo anacronistico e polveroso, quando non malato. Gli uomini per primi devono sottrarsi alla gora, all’avvitamento comportamentale, al mulinello che li trascina verso l’attitudine alla violenza.  Devono spezzare la dipendenza e l’alterazione del proprio comportamento. Tutto serve: gli eventi, le manifestazioni, la sensibilizzazione declinata in molteplici e innovative iniziative, la comunicazione di contenuti nuovi, come i soggetti protagonisti e le modalità più consone.

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