Se non ora, in un passaggio difficile nel quale tutti parlano di fine delle ideologie e dei partiti, di assenza di mezzi reali per modificare la realtà, le sue declinazioni che sarebbero dettate da leggi sovranazionali, da crisi economiche e sistemiche molto più grandi del singolo Paese, quando? Era ieri, ancora l’altro ieri, quando si parlava di unire e cimentarsi nello sforzo, disumano, di ricucire e saldare le diverse anime della “sinistra” in un unico partito e forza politica. Oltre l’esito referendario e l’analisi di merito di ciò su cui si è stati chiamati a votare e dove in molti, è sempre un bene, si sono espressi, bisogna “mostrarsi” per quel che si è. Credo l’urgenza di attrarre molto, troppo consenso politico trasversale e guadagnarsi la governabilità e una stabilità abbia finito con il prevalere sui contenuti e gli indirizzi politici. Più che il decisionismo fine a se stesso, il ricambio che non può essere “generazionale” perché aprioristicamente ingiusto e anche non praticabile in un Paese a zero nascite, è fondamentale una legge elettorale e uno scenario politico che consenta di agire ma, soprattutto, contenuti che contraddistinguano e connotino di molto, che s’ispirino a origini precise, che siano anche impopolari ma radicali, che presentino possibilità finora non praticate. Credo l’elettorato disilluso, la stragrande maggioranza degli Italiani, si aspetti coraggio e discontinuità non certo nei modi, questa epoca è terminata, ma solo nei contenuti. Sono tra quelli che pensano che partiti e forze politiche non solo esistono, ma sono ben distinti tra loro, così le diverse ideologie che sopravvivono più forti che mai.  Non è sfumato né svaporato niente. Solo, nel tempo, falliscono i tentativi di governare o presentare soluzioni politiche ispirate proprio a quell’ideologia e storia lì, quei principi, quelle origini. A fallire sono i tentativi di applicare dei principi, mai i principi stessi.  I decimali di miglioramento, che pure ci sono stati rispetto all’occupazione, problema principe del nostro Paese, sono pur sempre decimali. Zero virgola qualcosa.  E anche quando positivi, vanno sempre considerati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, allo stesso trimestre dell’anno precedente, al mese precedente a quello dell’ultimo rapporto. Abbiamo approfondito i dati Istat e quelli del Censis. Non sono mai manichei, non offrono mai un’univoca lettura. Per questo motivo è anche più importante sapere sempre leggerli in tutta la complessità. Seppure ci sono stati lievi miglioramenti non hanno inciso sulla popolazione e sulla percezione che questa ha del proprio standard di vita. Non hanno inciso sui giovani inattivi, né su chi sperava che anche un lieve aumento dell’occupazione fosse occupazione reale e non regolarizzazione di contratti “atipici” in contratti consentiti, ma sempre a termine. Il contratto a tempo indeterminato resta una chimera, così come la possibilità di progettare il proprio futuro, di procreare, di costruire ampi nuclei famigliari. I cittadini, i giovani, gli adulti senza lavoro mancano completamente di una visione che potrebbe essere tenue speranza. Non credono più. Non ci credono se utilizzano il voto per demolire, per comunicare il proprio urlo avverso, disorientato e disperato. Per questo non è retorico pensare che se non hanno pagato la personalizzazione e il decisionismo senza termine, se non hanno pagato le coalizioni più ampie e quelle tecniche pur di assicurarsi la fiducia dell’elettorato più vasto, forse occorre tornare alle proprie origini per evolvere, a scelte radicali e impopolari che mettano d’accordo anche poche ma riconoscibili persone e forze. Guardare a sinistra, alle sue forze, alle sue origini, perché niente è sbiadito. In alto e a sinistra nel tentativo arduo di cercare soluzioni drastiche a problemi enormi, risultando impopolari, rischiando di essere minoranza ma sempre con la convinzione di avere espresso  e ipotizzato tutti i percorsi percorribili nell’alveo di un’identità ben connotata. La crisi occupazionale non è figlia dell’Italia, afferisce a contesti sovranazionali e anche le crisi sono più ampie degli stati nazione. Sono quelle stesse crisi che condizionano l’elettorato delle più grandi democrazie occidentali in un’unica direzione: quella populista, isolazionista e protezionista. Questa è davvero la non risposta, quella disperata, di “pancia”, il sofferente rigurgito, ma pur sempre disperato e pur sempre rigurgito. La Politica dovrebbe poggiare su altri e alti presupposti.

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