Ogni volta che viene pubblicato il nuovo studio Istat su mercato e lavoro, è un po’ come il giorno successivo alle elezioni politiche. Si contendono e alternano le analisi: detrattori e sindacati da una parte e sostenitori di manovre e Jobs Act dall’altra.  Parliamo sempre di pochi decimali, anche in positivo, ma comunque solo decimali. Il lavoro forse si stabilizza, ma non cresce in modo sostanziale. Diminuiscono i contratti atipici, aumentano i contatti a tempo indeterminato che passano, sempre, attraverso una lenta e agonizzante trasformazione dal tempo determinato o qualche pseudo forma, intermedia. Insomma, ancora una volta, per il terzo trimestre 2016  i giovani fino ai 34 anni continuano a perdere il lavoro, a trovarne di difficile e precario, mentre gli over 50 sembrano stabilizzare la propria posizione e questo perché, c’è da dire, sono costretti con il sistema contributivo ad andare in pensione più tardi. Le aspettative non migliorano: probabilmente sull’onda più che emotiva, reattiva, si torna a spendere un poco di più, ma questo non significa che l’economia sia migliorata, che dentro ciascuna famiglia si riesce a intravedere la fine  della preoccupazione. Per questo non bisogna denigrare ogni decimale in più, ogni zero virgola qualcosa, ma non è possibile neanche fare l’apologia di un sistema ancora critico. Per non parlare, poi, dei rapporti sociali e dei meccanismi interni al lavoro. Ci si sente sempre più abbandonati a processi ripetitivi che poco consentono alla creatività e conoscenza di ciascuno di noi. Per questo anche i dati di oggi, diramati attraverso una nota congiunta di Istat, Inail e Inps vanno sempre interpretati e letti non in modo manicheo, ma scorporati a dovere, con tutte le considerazioni specifiche del caso. La consapevolezza che l’economia nazionale, come quella europea, non navighi in ottime acque ormai è evidente e tangibile, per questo si leggono e studiano meno le cifre e gli studi di settore, perché è come ricevere e comprendere appieno la diagnosi della propria malattia senza, però, avere una medicina efficace per combatterla. Solo non raccontiamoci menzogne che, oltre a vivere trasversalmente un periodo difficile della nostra storia, non le meritiamo. Certo ci si sforza, si torna a sognare, a idealizzare, a cercare una via d’uscita. Paradossalmente, toccato il fondo, ci restano i sogni. Si riparte con slancio e un approccio nuovo e più ottimista. I rapporti sociali non sono migliorati. Le solitudini si sfiorano appena, tutte ricurve sui propri problemi. Ci si ascolta un poco di più per creare un accenno di rete di mutuo soccorso, fosse anche solo per darsi consigli e informazioni che si è stanchi di cercare. In questi giorni ho sentito leader politici fare apologia e panegirico della povertà, ‘ché solo in questo modo, accontentandosi di quel che non si ha, non si può restare delusi e magari recuperare una dimensione di affettività e socialità ormai perse. Come molti storici e illustri sociologi hanno evidenziato, a predicare l’importanza d’essere poveri, la necessità di dismettere i propri panni per vivere in un moderno pauperismo, senza alcun privilegio, convincendosi dell’equazione che “povero è bello” sono sempre ricchi o benestanti. Troppo facile. Sono d’accordo della necessità di tornare a centrarsi su valori più solidali, di dismettere il superfluo, di non migliorarsi nell’accezione, unica, dell’arricchirsi economicamente, ma predicare l’apologia della povertà mi sembra davvero troppo. E’ un po’ come mettere le mani avanti, annichilire ogni sogno e aspirazione per non potere rimanere delusi. Invece, forse, proprio  sogni e aspirazioni ci salvano e sono a costo zero. Solo i sogni sono, trasversalmente, democratici, come la possibilità di un riscatto o la fortuna di farcela con caso e contingenza. Anche nella Politica gli ideali non hanno un costo, così le ideologie, mai morte, a limite mal applicate.  Per questo, sempre nell’attuale momento storico di crisi di ogni partito, più o meno populista, credo sia importante prima di mettersi assieme per costituire forza politica e fare numero, che vada bene anche nella riforma elettorale che passerà e possa consentire un qualche governo legittimato e stabile, prima individuare bene qual è la direzione nella quale ci si sta dirigendo, indicare da quale parte si vuole stare senza “se” e senza “ma”, chi si vuole rappresentare, quale tessuto sociale e, soprattutto, con chi ci si potrebbe alleare per realizzare chiari punti programmatici. Tutto il resto è mera faticosa e affaticante strategia della quale ogni elettore davvero non ne può più.  Quello che la Politica chiede ai propri militanti, elettori, tutti gli uomini e le donne con un vissuto e trascorso simile e affine  è di unirsi e contarsi per ripartire con slancio. Un monito cui dovrebbero tendere tutte le forze più importanti, valide e volitive di un territorio, per poi incamminarsi verso un comune obiettivo/partito/forza politica. Ma il procedimento dovrebbe essere proprio il contrario: spiegare dove si vuole andare, con quali obiettivi e ideali, quali specifici programmi, soluzioni, con chi allearsi e con chi non farlo, e quindi chiamare gli uomini e le donne favorevoli per unirsi nel conseguimento di un obiettivo e creazione o restaurazione di una forza politica. E’ invece tutto un po’ valido ma disorganizzato, magmatico, liquido, post liquido e post vero. Per questo si determinano percentuali disumane di astensionismo politico. Ed è per questo che gli esiti elettorali europei e mondiali stanno premiando, sovente, i partiti più impensabili, parossistici,  contraddittori rispetto all’Europa e ad un’idea di unità, di federazione di Stati, con derive xenofobe e ripiegati sulla propria unica realtà, predicanti liberismo e protezionismo puri. Allora, prima di arrivare al pericolo astensionismo, all’opzione dell’annullamento del voto, a quella non migliore del voto “ideologico” che  nel concreto si avvicina di più al nostro pensiero e ci riappacifica con la coscienza senza misurarci con il mondo reale, del possibile e fattibile, che non ci costringe ad altri compromessi, ai voti “utili” e a macchinose  formazioni dove votano concordi un parlamentare e il suo opposto storico, sarebbe opportuno fermarsi. Ripartire da un progetto specifico, rispettoso della storia politica di ognuno, che unisca le persone migliori e le più volitive sulla base di punti programmatici. Insomma: prima individuare una meta certa, quindi capire e contarsi per raggiungerla coerentemente, non il contrario.

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