Conta un po’ tutto: la persona, l’età, la ricetta, il sistema. La sensazione e l’analisi che ci accompagnano sempre più, in questo momento storico arduo e indecifrabile, se non a tratti, sono che risulta impossibile e fuorviante analizzare una realtà politica e sociale approcciandola solo in termini di necessità di cambiamento che si concretizzi in un ricambio di leader, di gruppo dirigente tutto giovane anagraficamente, la necessità ancora di creare nuovi sistemi di cooptazione e selezione della classe dirigente, trasparenti e condivisi dai cittadini. E’ tutto vero ma di per sé non sufficiente e nel dibattito, sempre lo stesso, che da mesi c’insegue e toglie il sonno, si manifesta la mancanza di una ricetta. Quest’ultima viene a mancare non per negligenza, ma perché davvero in una crisi economica così generalizzata, globale e sistemica, ogni strumento è circoscritto e non efficace. Basta considerare tutti i tentativi che sono stati fatti, molti, con le migliori intenzioni, per riportare lavoro e occupazione. Eppure, con i decimali non si governa, né si fa con e sul social. L’elettorato è stanco e disincantato, non legge più, non vuole documentarsi a nessun livello perché impegnato a sopravvivere. Più che lo strumento con il quale ci si rivolge a un elettorato esautorato di forze e aspettative, di sogni e velleità, le stesse annichilite degli studenti che si laureano e non lavorano, di chi giovane e vecchio lascia il Paese alla ricerca disperata di una via di fuga e sostegno, di chi non può permettersi di scegliere un percorso di studio per poi essere disoccupato, di chi si toglie tragicamente la vita perché vive sulla propria esistenza il fallimento di un’attività che ha costruito in modo arduo, è urgente dare a tutti loro una risposta o qualcosa che le somigli. Non interventi spot ma strumenti e soluzioni che sopravvivano alla durata di una campagna elettorale.

“Non si può promettere qualcosa che non si può mantenere” – dicono reiteratamente alcune Istituzioni e fonti economiche interpellate sul tema, “non si possono realizzare soluzioni nelle quali non v’è certezza e copertura” – chiosano ancora – con grafici e proiezioni, dati aggiornati di continuo.

Se questo è l’epilogo di ogni analisi e ragionamento ci si ritrova, però,  con mani conserte e l’unico messaggio che può farsi strada e breccia tra la disillusione totale è quello protezionistico e isolazionista, quello localista, che con slogan più o meno altisonanti richiama alla necessità di difendere le istanze nazionali in quanto ci appartengono e riguardano direttamente, le tocchiamo con mano. Perché, nella disperazione, è istintivo e primitivo proteggersi, pensare a una prospettiva immediata e circoscritta. Controllabile.  E allora, ecco, anche la comunicazione cambia direzione: il cinguettio perenne, il profluvio su facebook, l’insulto facile, l’abbrivo e la sintesi beceri che sparigliano, scompigliano e offendono, tutto vale affinché si provochi una reazione nell’establishment, nel disordine esistente, in una potenziale platea. Abolendo spazio e tempo ci si improvvisa vati della comunicazione, uniche fonti certe perché immediate e non mediate, perciò cariche di rancore e offesa. Questo non aggiunge, però, contenuti alle strategie da trovare per superare la crisi storica.

Ci vorrebbe, di certo, tanto troppo coraggio, una sperimentazione continua e immediata, provvedimenti impopolari ma democratici, la dimostrazione che si ha conoscenza e si è permeati del dolore e del disagio collettivi. Se non passa questo banale e tragico messaggio, continueremo a fare confusione e a mal interpretare la crisi che corrode quasi chiunque, a parlare altri linguaggi mentre la realtà in tutto il suo dramma ci scorrerà accanto.

 

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