Degli effetti negativi della globalizzazione si parla sempre poco. Interessanti gli appelli, incrementati negli ultimi mesi, successivi ad accadimenti drammatici, in cui i social hanno avuto, indirettamente, la loro parte. L’annullamento spazio temporale e, soprattutto, l’accesso per tutti gli individui a ogni notizia e il meccanismo pervicace di poterla commentare e condividere rimbalzandola su milioni di utenti non è liquidabile come misura di democrazia. E’ come decidere di regalare un ordigno a qualcuno senza fornirgli le istruzioni per farlo funzionare come dovrebbe. L’ordigno resta inutilizzato o, suo malgrado, provoca morti ammazzati, incidenti gravi. Così assistiamo, sbigottiti e increduli, alla degenerazione dei rapporti umani, al “privato” che diventa “pubblico” nonostante tutte le accortezze usate e anche nella buona fede di chi disvela ogni diaframma. Se trattasi di un incidente occasionale, possiamo anche comprenderlo e correre ai ripari, ma sempre più s’invera la messa in scena e spettacolarizzazione di drammi personali. Anche la rete e nella sua cornice liquida prolifera  parecchia dicotomia, disturbo della personalità.  Interessa più il dileggio, lo schernire e irridere qualcuno, il litigio e lo scontro in atto o avvenuto tra persone che neanche conosciamo, e non dovrebbero perciò interessarci, che l’informazione che c’è sfuggita per tempo o viaggia per canali che non sono quelli noti e istituzionali.  Se la tecnologia usata in modo consono e regolamentato non è di per sé nociva, non si può dare per scontato che tutti sappiano usarla e, soprattutto, ne conoscano i meccanismi per difendersi. Tecnicamente, con la conoscenza e l’approfondimento dei sistemi possiamo imparare a farlo e limitare un’anarchia generalizzata, circoscrivere il dileggio e l’onta inoculata dalla barbarie e superficialità di qualcuno, dopodiché esiste una platea variegata ed eterogena che non ha il tempo né gli strumenti per documentarsi e, pertanto, difendersi.  La psicologia degli individui, soprattutto di coloro che sono sprovvisti delle conoscenze tecnologiche e non sono poi così strutturati caratterialmente, può essere messa a dura prova e inoltrarsi in labirinti esiziali.  Nel villaggio globale qualsiasi giudizio diventa virale con un “click” e rimane indelebile o vive quei secondi sufficienti ad annientare l’esistenza di una persona. Per questo motivo l’attenzione per le fake news diventa urgente, non per limitare la libertà d’espressione, ma affinché gli stessi Zuckerberg, ideatori e manager internazionali di nuova comunicazione continuino a interrogarsi ed escogitare soluzioni veloci e drastiche, sicure, a tutela della dignità. Per altro, l’asticella del buonsenso varia al variare, anche, delle culture e sensibilità istituzionali dei diversi Paesi che adoperano i social. Dev’essere fatto un lavoro capillare, locale, per porre i filtri minimi consoni a ogni territorio nel quale la tecnologia dell’informazione  si radica. Chi ha creato le piattaforme digitali che hanno condizionato il mondo intero, il suo modo di esprimersi, interagire, pagando in termini di efficacia, velocità e reperibilità, completando e includendo contenuti importanti che, sovente, gli stessi organi d’informazione non sono stati capaci di garantire deve, oggi, attivarsi per proteggere quella stessa platea che ha democraticamente incluso.

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