Le separazioni sono dolorose. Non capisco, davvero, le scelte improvvide di alcuni, cosa cagioneranno nello scacchiere politico nazionale italiano. E’ troppo semplicistico raccontarsi che nel resto d’Europa, d’altronde, sta avvenendo lo stesso. Non è una scusa legittima per interrompere la ricerca di soluzioni e continuare a rappresentare un’identità moderna e definita, a sinista. Il dibattito, necessario e logorante, dove si ripetono interventi più o meno simili, invoca la necessità di restare uniti e compatti pur nella diversità. Tutto il resto  pesa e allonta di molto l’elettorato. Perché diventa ed è il dibattito tra chi della politica ha scelto di fare una professione e chi, invece, normale cittadino, alla politica guarda con estrema serità e atto di responsabilità, ma nel quotidiano fa dell’altro.  Il dibattito interno, nel suo logorio atavico e incessante, che negli anni cambia sembianze e nomi, non le dinamiche, ripropone sempre gli stessi schemi e bivi difronte i quali fermarsi un attimo a riflettere, per poi prendere la propria strada: al centro, periferici o fuori. Né è possibile ridurre tutto il contendere a una visione manichea, una contrapposizione  di “vecchi e “giovani”. Non ci interessano i profili anagrafici, ci interessano le esperienze da mettere a servizio. Il ricambio deve continuare, è ovvio, ma non si capisce bene come vengano cooptate, ancora una volta, le nuove risorse ed esperienze. Di esperienza e soluzione c’è sempre bisogno, per rendere il dibattito reale, concreto, appasionante e determinante, per segnare e cambiare il nostro presente. Tutto il resto è, pur nella sua tragedia, nebuloso ed evanescente, dialettica salottiera ben lontana per chi, in questo contesto storico, ha ben altre urgenze cui pensare.