Tra saggi e scrittori parrebbe quasi ovvio, elementare, che per vivere bene ed essere felici occorra, in una qualche misura, allontanare il grado e livello di consapevolezza e intuizione e, ancora, di sensibilità. Vivere in una sorta di bolla d’aria, in un coatto ottundimento. Allora, il paradosso, è che per essere più felici bisogna necessariamente essere più stupidi e, comunque, meno presenti e vigili. Dovremmo abitare una dimensione senza responsabilità, doveri, necessità di confrontarci e spiegarci, di tessere e costruire legami. Il tutto, più che per essere felici, per non soffrire: l’altra faccia dello stesso obiettivo. A voler considerare queste caratteristiche, tutte assieme, ne verrebbe fuori la dichiarata rinuncia alla intelligenza. ‘Che è sempre difficile da definire e determinare con un’analisi quantitativa e qualitativa. Eppure, in una visione immediata e circoscritta, l’inconsapevolezza, l’assenza, la volatilità, la presa di distanza produrrebbe un’atarassia costretta. Se aggiungiamo la determinazione a volere restare fuori dalle dinamiche più complesse, quelle sociali, che ci espongono, alla fine il preservarci e non discuterci pagherebbe in termini di tranquillità. E’ interessante porsi questa domanda nella giornata mondiale della Felicità. Come potere essere felici è ancora, davvero, un mistero. Il capirlo e replicarlo. Altrimenti non avremmo tante domande, numerosi percorsi estenuanti da fare, molteplici viaggi da compiere per scandagliare caratteri, l’io più profondo, l’inconscio e il conscio. Ognuno con la sua ricetta, il suo rimedio, la sua via di fuga ci immergiamo e nuotiamo tenacemente il più lontano possibile, con un’azione centrifuga potente che implementiamo spesso. Lo facciamo per dimenticarci, per approdare a nuovi lidi dove non siamo riconoscibili a noi stessi e agli altri, piuttosto degli ologrammi: senza parola, senza peso, senza fisicità, senza dimensione e perciò senza dolore. Sconosciuti a noi e agli altri, così le nostre reazioni, i grovigli intricati e le trame spesse che tessiamo per lungo tempo. Come andassimo in vacanza per sempre, per non sapere, per non intruppare nelle delusioni, nei dispiaceri cui nessuno è immune. La forza e l’allontanamento, centrifughi, sono solo alcuni degli espedienti per avvicinarci a quella chimera che immaginiamo Felicità. Un altro, opposto, sicuramente più doloroso, perché non risparmia consapevolezza, è l’attraversamento. Il lasciarci trapassare da parte a parte, il viverci tutto. La forza, in questo caso, il moto sono centripeti. Si ha sempre molto pudore a parlare di Felicità, perché tanto rara e contenuta da volerla difendere, quando c’è, quasi scaramanticamente. E quanto ci si è interrogati sulla felicità?! Su come raggiungere questa terra liquida, cangiante, inafferrabile e inconsapevole. Nei secoli dei secoli, procedendo a ritroso, è sempre stato tema nevralgico per giustificare l’esistenza. L’Italia non sembrerebbe un paese particolarmente felice, non solo per le condizioni economiche nelle quali versa, più in generale per i rapporti e le relazioni sociali che s’inverano. Neanche così triste, però. Ci sono Paesi economicamente più sviluppati e agiati del nostro che nella classifica generale della felicità sono quasi fanalino di coda. Studi di oggi, percentuali aggiornate, sociologi, psicologi, politologi impegnati ciascuno per il proprio ambito e segmento a fornire una risposta. Ad abbozzarne un profilo, un consiglio o, solamente, un ragionamento ad alta voce. Questa considerazione, delle classifiche dei Paesi, ad affermare ancora una volta quanto la rappresentazione icastica della Felicità non possa essere più ridotta al puro benessere economico. Sicuramente tutto influisce: i livelli salariali, la possibilità di spendere e usufruire di servizi che agevolino il quotidiano, il livello d’informazione e il welfare garantiti. Il solo pensiero di poter accedere facilmente e senza grande dispendio di risorse economiche a un sistema sanitario che garantisca tutti, a prescindere dalla posizione economica e sociale, è già molto. Una scuola pubblica che funzioni è già molto. I servizi per il cittadino, che ne migliorino la qualità della vita consentendogli di potere vivere più esistenze in un’unica, sarebbe già molto. Pensiamo al numero di attività che ogni individuo, a parte il lavoro, potrebbe compiere se i servizi, tutti, funzionassero dignitosamente. Ne risulterebbe la possibilità di coltivare interessi, di cambiare tipologia di vita, lavoro, incrementare il numero delle esperienze, del tempo da dedicare ai propri affetti famigliari, ai figli, ai conviventi, ai compagni, ognuno alla propria famiglia. Tutti a viversi appieno i propri diritti, quelli concessi fino a qui, e quelli che auspichiamo di potere vivere. Tutto questo non lo restituisce la globalizzazione, né le piattaforme digitali che, anzi, si confermano pretesto per crearsi una “platea”, avere un interlocutore e sentirsi perciò meno soli e apprezzati, più accettati. La “rete” è diventata la prima inconsulta e umorale risposta alla solitudine, al senso di precarietà. Se ha incrementato da un lato i contatti e le possibilità d’incontrarsi e parlarsi, di rendere più efficiente il lavoro, non ha migliorato la qualità dei rapporti umani né l’umore degli individui. Al contrario, li ha resi più soli e dipendenti allo stesso tempo. Allora, cosa davvero si può fare per essere più o solo sereni? Probabilmente ascoltarsi e comprendere cosa è che ci rende meno infelici, che ci solleva, che ci rende più leggeri come i personaggi ritratti nei quadri di Chagall. Che sono anche romantici, in preda all’amore, ai ricordi, in una ricerca e commemorazione dell’infanzia e delle proprie radici. Se non altro, perché per essere più felici dobbiamo essere meno addolorati. E allora se non so rispondere a cosa mi rende felice, posso provare a capire cos’è che mi rende triste. Cos’è che posso potare, evitare, accettare riconoscendolo, vivermi in autonomia per disinnescarlo definitivamente. Esorcizzare la paura e il dolore, ammesso sia possibile, può essere una prima banale risposta. L’augurio che ci facciamo è sempre quello di trovare le forze e le energie per affrontarci, compiere un cammino, una nuotata a largo, una riflessione su di noi con moto centrifugo o centripeto, purché funzioni. L’importante è non impaludarsi aspettando signora Felicità, che non è detto arrivi.
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