Quando si comunica per luoghi comuni, ricorrenti, nelle Istituzioni come tra la gente, per strada, al lavoro, probabilmente c’è rimasto poco da argomentare. Si proferisce la prima idea, che definirla tale è già farle un complimento, che ci ronza in testa. Non ci si sofferma a pensare alle conseguenze di quel che con troppa semplicità depositiamo. Si dimostra la totale incapacità di analisi, che non è proporzionale al livello di cultura, al titolo di studio conseguito, piuttosto all’educazione al ragionamento. Quest’ultimo ti viene da casa, dalla famiglia, dalle persone che normalmente sei portato a frequentare e, anche, ma non solo, dalla scuola. La propensione al ragionamento è l’analisi del reale, del contenuto, l’esercizio della critica inteso come capacità di mettersi e mettere in discussione, di scomporre il composto, analizzare l’oggetto in ogni sua parte ed elemento. Questa è la critica, la propensione al ragionamento o, se ragionamento fosse altisonante come parola, segno, suono, alla discussione. Mettere in discussione è un esercizio per alcuni immediato e famigliare, per altri perfino un vezzo nel distinguersi e contrapporsi a prescindere, cioè la definizione compiaciuta della propria personalità, altri invece ne sono del tutto scevri. Non interessano le nozioni, i contenuti imparati e memorizzati da esibire all’occorrenza, il puro contenuto, serve l’attitudine. Per questo motivo, siccome l’attitudine è una rarità e la rarità dilaga come un morbo particolarmente virale e contagioso, dai postumi dolorosi e lunghi, sentiamo più facilmente illustri politici nazionali e internazionali abbandonarsi a proposizioni incomprensibili, a dei paradossi, a delle bieche sintesi per giustificare la propria assenza di soluzioni o, ben più grave, la rinuncia a trovarne. Dalla politica alla televisione, ultimamente anche i presentatori e i responsabili di programmi televisivi non ne sono immuni, va in scena la sintesi ignorante, la distopia, lo sgangherato e maleducato essenziale. Se ci si parla per “essenziali”, senza né strutture né sovrastrutture, ci si sente legittimati a esprimere qualsiasi pensiero perché, per noi, “reale”. Il punto è proprio questo: non basta un pensiero o un istinto, un desiderio provati a renderli sinceri e, perciò, veri. Sono reali nel senso che li realizziamo e li decliniamo, li proviamo individualmente, ma non necessariamente corrispondono al vero.   Ma la disposizione alla critica serve anche nelle relazioni sociali, sentimentali, il confronto- scontro se non annienta può solo arricchire. E invece, complice anche la tecnologia applicata alla comunicazione, la sintesi efficace e stringata, diventa sempre più difficile articolare un pensiero, una complessità. Non dico dare risposte e ricette, ‘ché quelle sono quanto di più difficile al momento storico, ma confrontarsi senza pregiudizi, preconcetti, timori di fallire e destrutturare il proprio errore per abbandonarlo. Magari riconoscerlo, l’errore, per accantonarlo e ripartire. No, oggi disponi di un massimo di caratteri, di perifrasi brevi e non è un ossimoro, accattivanti e sgrammaticate, l’utilizzo di sinestesie per colpire l’immaginario della gente. Non importa quanto stiamo raccontando e dicendo, importa come lo stiamo facendo. Come diceva McLuhan il “medio è il messaggio”. Ma ormai questo è arcinoto. Oggi su un quotidiano nazionale un illustre critico s’interroga sul metodo per qualificare e giudicare i ragazzi nelle scuole italiane, così i politici, i lavoratori, la classe dirigente e non. Noi tutti. Gente comune. Il critico riflette sul fallimento del burocratese, delle regole interne, troppe e inutili, sulla tecnocrazia al posto della meritocrazia, che non ha pagato se non in termini di pura austerità, sulla differenza tra istituti privati e pubblici, sull’assenza di criteri validi e disposizione a pensarli.  La “meritocrazia”, nelle dinamiche molteplici ed eterogenee della vita, è anch’essa identificata con qualcosa di fraintendibile e molto parziale, quasi umorale, legato ai soggettivi fattori di chi esamina. Basterebbero, già, un’analisi quantitativa e qualitativa, una percezione della passione e dell’interesse, della curiosità e, ancora, l’attitudine a mettersi in discussione, criticare e rimettersi in gioco. Continuiamo a nuotare.

 

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