Un refolo di vento ha spazzato ogni macchia e opacità, ogni titubanza, timidezza, ogni ritardo nell’agire. L’ aspettavo, sapevo che sarebbe arrivato. Ero lì, seduto al tavolino del bar, che fissavo i viandanti passare, muto, di tanto in tanto a fantasticare sinteticamente delle loro vite. Poi è arrivato. Ha rovesciato il bicchiere colmo d’acqua che ha bagnato la tovaglia, in plastica, schernito la tazzina di caffè, ormai vuota, che ha trotterellato su se stessa per alcuni secondi. Poi si è adagiata su un lato senza rompersi né creparsi. Un effetto a catena. Tutto è rimasto in disordine sul piano del tavolino. Ho pagato il mio conto, ho salutato e, risoluto, me ne sono andato. Senza più certezze, senza la visione del mio futuro, senza l’opera che di lì a poco avrei potuto realizzare, ma con la consapevolezza che non sarei tornato. Sapevo chi non volevo e potevo essere. Non avrei perso tempo in parentesi che non mi avrebbero condotto verso una qualche direzione. Come un bagliore, sotto un cono di luce potente, un fulmine, il fulgore improvviso sono periodicamente trapassato da rari, quanto preziosi, momenti di consapevolezza. E allora ho cambiato perfino stile. Immergendomi nell’acqua salata ho nuotato a dorso, con la pancia all’insù, scrutando le nuvole e le geometrie variabili, le forme cangianti, il vento che tutto muove senza farsi accorgere. Sempre bracciate, ma in un altro ordine e verso. Fa bene. E’ un’altra angolazione. Non ero in piscina, infatti, ma in mare aperto. Questo mi ha costretto a maggior vigore, risolutezza, ha sintetizzato il da farsi e sciolto, in parte, residue incertezze. Ho adoperato più forza nella corrente che lavora contro, che affatica e confonde, arrivando sereno in mare aperto e profondo, dov’è impossibile scorgere un fondo. E mi sento sicuro come seduto al tavolino del caffè, prima dell’arrivo del prossimo refolo, perché la profondità e l’oscurità non mi hanno mai fatto paura. Al contrario, mi prodigo in bracciate visionarie ma, oggi, altre bracciate.

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