Le storie di vita di Ileana Argentin sono state raccontate e scritte, in prima persona, in diverse circostanze. Hanno preso una forma, definita e provocatoria, in ben tre differenti libri editi da Donzelli Editore. In ordine cronologico: “Che bel viso, peccato!”; “Chissà cosa si prova a ballare” e, ora, “Scuola a rotelle”, scritto a quattro mani con l’insegnante di lettere di scuola media Paolo Marcacci. La presentazione dell’ultimo libro, che definirei un ragionamento ironico, leggero, tuttavia salace e provocatorio è avvenuta oggi pomeriggio alla presenza di Gianni Cuperlo e del Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Valeria Fedeli. La presentazione è stata accompagnata dal saluto scritto del Governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. “Scuola a rotelle” è la narrazione parallela, in cui lo stesso tema è affrontato dal deputato del Pd e, contemporaneamente, dall’insegnate Paolo Marcacci. I due, nel dipanarsi del ragionamento e delle considerazioni, sono perfettamente complementari e, più spesso, le loro visioni si acconciano per diventare identiche. Il libro ci fornisce, da prospettive simili ma oggettivamente differenti, dettagli utili a comprendere, ancora una volta, un po’ più da vicino il mondo della disabilità. Nel loro viaggio per capitoli tematici, la diversità e l’handicap sono affrontati e descritti con gli impulsi naturali che i due protagonisti hanno provato nelle loro età scolastiche. Dunque sono più veri e potenti, scevri da filtri. I due non fanno e si fanno alcuno sconto e, con una martellante continua sagacia, distribuita ovunque, esibiscono la propria normalità, la consapevolezza di sé. Non un ossimoro, come apparentemente potrebbe sembrare, ma un percorso reale che, anni dopo, si è fatto confessione sincera, priva di qualsiasi sovrastruttura. “Scuola a rotelle” racconta l’esperienza della parlamentare del Pd dai primi anni di scuola: le difficoltà incontrate, i rapporti con gli insegnanti, lo sprone della madre, gli amici e i nemici, tutti i simboli e i riferimenti utili a ciascuno di noi. L’Argentin rinnova il complesso ribaltamento di ogni punto di vista e, non negando i propri limiti oggettivi, ci descrive l’intricato percorso che l’ha condotta a trasformarli in arma. Un vantaggio. Un segno che l’ha contraddistinta e sul quale ha saputo sapientemente riconoscere e costruire la propria identità. Alla disabilità non si è opposta, l’ha invece studiata, ci si è misurata continuando a fantasticare e proiettare desideri. Bulimica d’esperienza, di accelerazioni e sfide, si osserva e ci scruta con aria distaccata, sempre sincera. Il racconto a due funziona, perché mostra le stesse facce di ciascun individuo: ognuno di noi ha le proprie disabilità che, dopo avere accettato, fa proprie per guizzare più in alto, servirsene differentemente. Allo stesso modo ciascun disabile è più normodotato di chiunque altro. In un meccanismo senza fine, d’intercambiabilità di ruoli, tutti siamo un po’ tutto senza vergogna, senza troppo pudore, né l’imbarazzo che è l’anticamera dell’ipocrisia. Vale per l’osservato e additato, quanto per il “fico” della società. Un ragionamento, a tratti uno sfogo ad alta voce, che guarda al passato per spiegarci il presente. Le difficoltà sempre le stesse: i timori di sentirsi inappropriati, fuori spazio e luogo fisici, pieni di barriere architettoniche e culturali, la paura del dileggio gratuito, dello stolido scherno, della disperata necessità di schermarsi dagli occhi addosso sempre. Quelli dei bambini, dei coetanei, degli insegnanti, dei genitori che smaniano, “politicamente corretti”, per troppo timore di non essere sufficientemente inclusivi. “Scuola a rotelle”, presentato oggi al Tempio di Adriano in piazza di Pietra a Roma, ci ha costretto ancora una volta a osservarci per rimetterci in discussione.
Pensando a Ilena Argentin verrebbe quasi da dire che se non fosse stata diversamente abile, ma non lo sapremo mai, non avrebbe potuto corroborare il proprio carattere, sviluppare una tenacia tale, quella resilienza, all’occorrenza anche la giustificata pervicacia, che le conosciamo, contro ogni forma di discriminazione e torto. La disabilità è stata il presupposto della battaglia. La scuola il luogo dove ha potuto sperimentarsi come guerriera con la tolfa, produrre occupazioni, cimentarsi in De Gregori e Mina, indossare il maglione spesso di lana blu, fumare Camel nel bagno imbrattato, strappare il primo amore e rubare l’agognato bacio. Eterna, dolce, forte, irriverente guerriera dal carattere difficile, paladina dei diritti umani, pronta ad affrontare un quotidiano di sufficienza, incomprensioni, sguardi obliqui.
Quello stesso quotidiano che ti strappa sorrisi amari, di chi non sapendo come toccarti e trattarti, pensa tu sia fatta di porcellana, una bambina da compatire, cui elargire buffetti sulle guance e cenni forzati, quanto anacronistici, d’affetto. Come l’aspetto fisico non potesse, a scuola come oggi, prescindere dal suo contenuto. E non è necessariamente discriminazione il buffetto, la pacca, il tentativo innaturale e goffo di stringerle le mani, di non sapere dove e come osservarla per finire a fissarla troppo. Semplicemente, come la parlamentare e l’insegnante più volte evidenziano, un pregiudizio istintivo, un riflesso pavloviano dettati dal bene e dall’affetto che abita anche le menti più illuminate non abituate a cimentarsi con la diversità. Nonostante i progressi fatti, le battaglie vinte, le leggi approvate, la sensibilizzazione sulla necessità di avere figure qualificate e riconosciute d’assistenza sul lavoro e nella scuola sono certo che Ileana di storie, personali e non, ne racconterà ancora, sempre da quell’unica e potente prospettiva.

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