Il tavolo in legno grande c’è ancora, occupa lo spazio dell’intero soggiorno. Un legno spesso, scandinavo, ne caratterizza il perimetro del piano, come il peso delle quattro gambe. Si è sostituito, con il tempo, a quello che da bambini ci compravano i genitori, meno ingombrante, più esile, con i due cavalletti a poggiare per terra. Una gran fatica tenerli equidistanti rispetto al piano perché con il peso non avvenisse un ribaltamento. Erano i tavoli da studio, che utilizzavano anche grafici e architetti e, normalmente, con poco arredavi uno spazio creativo, adibito al pensiero, allo studio, ai compiti giornalieri. Erano sempre inseriti in stanze con lampadari a forma di mappamondo, bianchi ed esili, di carta velina, di quelli che si acquistavano schiacciati con la forma di dischi volanti. Poi, nel montarli, bisognava solo svilupparli in altezza e il gioco era fatto: i mappamondi illuminanti, mai abbastanza perché la luce era fioca, per magia accarezzavano i capelli scarmigliati e sudati di noi ragazzini e degli adulti intenti a disegnare il proprio domani, contenere, rivedere il proprio presente. Trascorrevano così i pomeriggi. Tra pastelli, pennarelli che ingombravano risme di carta Fabriano A4 e A3, pennelli rinsecchiti mischiati in bicchieri di vetro colmi d’acqua rancida e tubetti di vernice disseminati qua e là. Tutto era un pretesto per imbrattare, scrivere, sfogare la propria creatività. Su di una superficie e tra pareti esili, leggere, felici come le idee improbabili che ingombravano la mente. Nessuna gravità. Che poi il pennarello con il tratto e l’energia trapassava il foglio e lasciava traccia sul piano di legno, la prova provata di tanto industriarsi. Scarabocchiare e rappresentare la propria realtà, su risme disordinate di carta bianca, era il passatempo migliore: quello nel quale interrogarsi e provare a darsi risposte, improbabili, ma figurate e potenti, sempre alternative. Una prolifica attività di disegno, di rappresentazione e immaginazione: tutto era determinato e possibile, così il futuro e la realizzazione di un’aspirazione, di un sogno. Il “domani” era dietro l’angolo, lo vedevi, ne annusavi l’odore. Sarebbe rimasto ad aspettarti, al crocevia delle tue decisioni e intenzioni. Ci sarebbe stato, serafico e conciliante, seduto a una panchina per aspettarti. Ci sarebbe stato, comunque.
Intanto terminavi di leggere i libri con la Pimpa a pois rossi, gli Asterix, i Topolino, come di giocare con i lego e i Playmobil, di far funzionare il Commodore 64 nel migliore dei casi. Oggi, i nostri figli e nipoti giocano su tablet, con computer, sono maestri di giochi elettronici, hanno una manualità differente. Non creano, ma applicano, compulsano in modo deduttivo. Spingono e innescano meccanismi per noi complessi. A ciascuno il suo, ed è anche un bene. Non hanno la Pimpa a pois rossi né la versione, più annoiata, di Peppa Pig, ma avranno tempo di tornare a divertirsi con le vignette sagaci e salaci di Altan. Ne comprenderanno il senso, più tardi, perché il tempo scorre ma i meccanismi sociali e politici cambiano per ritornare. Le analisi si ripetono a distanza. La narrazione per immagini e illustrazioni, lo sforzo di leggere e di seguire un processo di causa ed effetto prende tempo e impegno: per questo albergava più i nostri pomeriggi che non i loro. Se a livello didattico è necessario indottrinarli di principi, doveri, come pure è stato fatto con noi, trasmettergli una disciplina sana, quando ci interrogano sui desideri e la speranza di conseguirli proviamo imbarazzo: questo ai nostri genitori accadeva meno. La possibilità che un pensiero si trasformasse in realtà era, allora, plausibile, quasi concretezza, uno spigolo dove sbattere e misurarsi ogni giorno. Sempre ai nostri tempi, tra gli anni ’70 e gli ’80, tutto era davvero più “probabile”. Al libero arbitrio spettava il compito più arduo, la fatica, la responsabilità di una scelta, d’inverare il pensiero e la suggestione. Oggi, volenti o nolenti, siamo imbrigliati. Sappiamo che la crisi è dentro, fuori e altrove. Che è tangibile come lo spigolo della concretezza di allora, più grande, rispondente a meccanismi in parte analizzati e spiegati e, in parte, ancora avvolti in una nebulosa che contrappone tesi e antitesi infinite. Cosa dire loro? Cosa rispondergli? Che ci si attende e auspica un cambiamento, che l’immobilismo non può durare all’infinito, che non è una questione di pochi giovani e molti anziani, che nessuno deve contrapporsi a nessun altro, che permangono privilegi e ingiustizie come meriti e capacità da esaltare. Che non esistono coperte troppo strette e che accontentare qualcuno meritevole non può, sempre e solo, significare scontentare molti altri. Riconoscere il merito e il risultato di una persona non deve implicare negarlo a un’altra: nulla è aleatorio e su tutto si deve potere intervenire. Che il lavoro è questione centrale, che deve tornare a girare l’economia con modelli convincenti e porzioni di sogno. Insomma, la Pimpa a pois così come Peppa Pig, i computer, i giochi della Play Station, le espressioni rivoluzionarie del linguaggio che semanticamente nulla significano sono simboli generazionali, stanno proprio a indicarci che il mondo, quello infantile e adulto, in epoche e con sistemi differenti, continuano a macinare chilometri. Ciascuno dalla propria prospettiva e dal proprio campo. Non sappiamo se staremo meglio o peggio, se ci ripiegheremo su noi stessi, se guizzeremo più in alto, ma l’agorà nella quale oggi tutti parlano e straparlano, dove le fake news si sovrappongono a scomode verità è di facile accesso per la Pimpa, per i Pokémon, per i saggi più complessi, i bambini, i giovani, gli adulti, gli anziani pieni di esperienza che devono continuare a lavorare e indicarci la strada, migliore, per uscire da un tunnel.

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