Come in tutte le questioni è un problema di capire quando esserci e non esserci, di contesto, di misure, non di acconciarsi ma di sapere leggere la realtà e saperla interpretare. Capire il momento e, soprattutto, come conservare la giusta distanza da sé e dagli altri. Indiscutibile, in questo periodo storico, il dramma, lo shock da “presenzialismo” di gente famosa, meno famosa, presunta tale: una vera e propria bulimia, quando non dipendenza, dal tubo catodico. Cosa non si fa o farebbe per ritagliarsi quei cinque minuti di visibilità, rispolverare un ricordo, un’immagine aurea, il tempo che fu?! Cosa non si farebbe per sopravvivere, esserci fino a liquefarsi, passare dallo stato solido al liquido, trasfigurarsi ma entrare nelle case di ogni cittadino, italiano e internazionale. L’importante è esserci. Anche con nulla, non proferendo parola o, peggio, costringendosi a recitare caratteri e assumere ruoli, posizioni che non appartengono. Si ostentano mentalità e improvvisano ragionamenti anodini, fugaci, che sopravvivono alla sequenza di un’inquadratura. Quanto è più opportuno sottrarsi, saperlo fare. Tutto ciò presuppone una maturità di fondo, una completezza, sensibilità, la percezione dei propri limiti, in poche parole un po’ di variegata intelligenza. Nelle molteplici accezioni che vogliamo attribuirle. Più esaustivo e arricchente del rumoroso e indifferente presenzialismo, un sano, eloquente silenzio. Sotto il cui spessore si continua a lavorare, pensare, comporre e scomporre, mettere in discussione. Il presenzialismo è pur sempre “lavoro” per alcuni, fortunati e/o senza altre possibilità, qualcuno potrebbe obiettare. Per molti, infatti, lo è. Per altri, palesemente, un sovrappiù, un eccesso bulimico, una dipendenza, una irrazionale forma di esibizionismo per cui ci si percepisce e sente reali se ci si vede proiettati e presenti all’interno di una scatola. Va bene tutto, certo, finché non ci si sveglia e desta da questo “gioco” spesso infernale, che ha reso vittime prima inconsapevoli, poi consapevolissime.

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