In Italia sarebbero più di cento mila gli “hikikomori”. Fenomeno ampiamente studiato in Giappone, che rimbalza nelle nostre pagine e realtà, sempre più diffusa e nota, di giovani autoreclusi, che scelgono di chiudersi dentro casa, la propria stanza, di non socializzare e confrontarsi più. Né con i coetanei, né a scuola, né in altro ambito. Scelgono la “solitudine” per salvarsi, non un ossimoro, lo fanno come in una cella ovattata dalla quale sai cosa aspettarti, sempre, e non puoi essere respinto o deluso, al punto di non poterne fare a meno. Restano attaccati al proprio computer non per giocare, piuttosto per continuare a vivere: approfondiscono, studiano, interagiscono con gruppi di amici, più “simili”, che diversamente non troverebbero là fuori, fuori della propria stanza. Marco nuota in corsia, indisturbato e quasi assente, tracciando dei tempi importanti. Sembra infaticabile, indemoniato e la sua fisicità, esile e magra, di certo lo aiuta. Marco è leggero, si mantiene facilmente in superficie. Ossa piccole e lunghe. Deve solo coordinare i propri movimenti. Mentre l’istruttrice a bordo vasca ne controlla i tempi e lo incita, all’occorrenza, perché mantenga ritmo e andatura, urlandogli qualche suggerimento per potenziare ancor più l’efficacia e fomentarlo, lui vive un altro film. Dev’essere l’effetto lisergico di tutti i nuotatori di questa piscina. Oggi l’acqua, poi, è particolarmente torbida, poco limpida.
“E’ perché la quantità di cloro immessa è inferiore ai canoni soliti”- lo tranquillizza l’istruttrice che ne legge perplessità e stupore negli occhi.
“Ah, se lo dice lei” – laconico e conclusivo.
Torna a nuotare tra i sui pensieri, inerpicandosi in sentieri intricati, rovi spinati, il clangore di alcuni timori e, allo stesso tempo, il barbaglio di mille speranze. Marco non è un autorecluso, ma ha letto dello stesso studio, e improvvisamente attua una strana identità: lui sta alla piscina come un autorecluso al suo pc. Anche lui ha letto dell’indagine pubblicata da autorevoli psichiatri giapponesi, poi ripresa in Europa da psicoterapeuti europei e italiani, secondo la quale il chiudersi di molti adolescenti nel proprio mondo digitale, il ripiegarsi in un mondo di specchi, di solitudine, non necessariamente costituirebbe un danno ma per specifici soggetti con difficoltà di adattamento, la panacea. Una nemesi ai reiterati ammonimenti e scetticismi genitoriali. La propria stanza chiusa, legati a un filo perpetuo, indistruttibile, ignifugo e resiliente a qualsiasi materia con il proprio pc può rappresentare un rifugio, salvifico, dove esprimere l’intelligenza in eccesso. Uno spazio circoscritto, agognata prigione, ove non vergognarsi, potere esprimersi, manifestare un’identità non comune, la sensibilità e l’indole portatrici di nuovi valori. Non è antinomia, né distopia, semplicemente rifiutare di vivere ampi segmenti della realtà che non piace loro. E’ la precisa consapevolezza di non ricercare l’approvazione e l’identificazione con l’altro, il comune della gente, che tanto non arriverebbe e li farebbe solo soffrire. Spesso, questi pre millennias geniali sono semplicemente individualisti, asociali, poco inclini a essere e sentirsi rappresentati dai simboli più rappresentativi e diffusi. Piuttosto che sfociare in un comportamento antinomico, soffrire inutilmente, sviluppare rancori amplificati, individuano il proprio rifugio nella Rete e navigano, navigano, un po’ come Marco nuota senza soluzione di continuità. Quella di Marco è tutta un’altra storia, di chi incanala lo sforzo per sciogliere e districare pensieri che sovente si fanno problemi, di chi non ha un momento di solitudine esteriore eppure, pensa tra sé, nel compimento dell’ampia bracciata a disegnare un perfetto arco appoggiato alla superficie marina, questo è uno dei pochi casi in cui chiudersi nel mondo virtuale, consegnarsi alla propria prigione può scaturire un effetto salvifico.

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