E poi, alla fine cosa rimarrà del percorso di ognuno? Dice il poeta arabo che la felicità consiste nel tornare a casa, non nel partire e viaggiare, piuttosto nel tornare. Allora, mi chiedo, dopo tanto peregrinare, a cosa è servito tutto questo cercarsi, trovarsi, perdersi e sperimentarsi? Le ferite, sanguinanti, tamponate, le cicatrici e gli innesti di esperienza, il percorso atroce di accettazione o non accettazione hanno avuto il loro senso? Ogni poeta ha sempre la propria sentenza da elargire, mantra e legge universali, misurate e pesate sul proprio vissuto che non può sovrapporsi a quello di altri. Sul tornare a casa sono d’accordo, come sul mantenere vive le proprie radici, perché quel che si è lo dobbiamo alla casa che ci ha partoriti, alle prime perifrasi, ai lessici famigliari, ai ninnoli impressi nella memoria, ai rituali che fanno parte della nostra storia, alle disgrazie e felicità famigliari. Siamo quella roba lì, lo zainetto stracolmo di verità e bugie, di strutture e sovrastrutture, di approccio e predisposizione ai sentimenti, alla vita. Ci piaccia o meno, è così. Certo, a casa si torna sempre, soprattutto sul finire, perché è come chiudere un cerchio, ricondurre tutte le esperienze e le ricchezze a chi ci ha consentito di gioire e patire, a chi ci ha messo nella condizione di cercare, cercarci, imparare a comprenderci, sentire amplificato o non sentire affatto: questo almeno, la casa, avrebbe dovuto fare. È un presentare la gabella finale, il conguaglio di ciò che non si è comunque scelto. In questo capisco il messaggio del poeta arabo ma, allo stesso tempo, sono stato talmente impregnato di casa e di valori, assolutamente positivi e ingombranti tanto sono stati salvifici, che ho ancora bisogno di macinare e mantenere, almeno, quelle distanze che ho tracciato finora, delimitando il campo. Quello della mia identità che nasce dallo zaino, ma evolve altrove, nel nuovo campo irrorato e fertilizzato. Ognuno costruisce e abita la sua di casa, dove si porta appresso un’appendice superandola ogni giorno, senza dimenticarla. Lo fa attraverso un libro, un oggetto, una foto sbiadita, un detto, un ricordo nitido o l’oggetto che mantiene vivo quel ricordo. Dunque il ritorno a casa e la felicità che ne scaturiscono sono più l’inverare e nutrire il ricordo della stessa che il tornarci fisicamente. Se tutto si consuma ed è destinato a finire, se effimera è la vita nell’attimo che dura, se siamo vigili per viverla e comprenderla, per agirla e raccontarla, è importante condurla attraverso i lunghi corridoi dei ricordi di casa. Ogni pretesto e modo sono consentiti. Questo, sì, è tornare a casa, provare felicità, porsi un obbiettivo: andare avanti ricordando, evolvendo grazie al noto e conosciuto.

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