Sul cyberbullismo finalmente, all’unanimità, è passato un disegno di legge che per la prima volta nella storia del nostro Paese affronta un tema duro e diffuso, cercando di arginarne gli effetti. Troppi i casi di cronaca che ci hanno lasciato basiti, inorriditi. Troppe le vite spezzate. Troppe le sensibilità recise. In modo permanente. Per un disegno di legge che soddisfa, almeno comincia ad affrontare una questione non più rinviabile, ne passa un altro disconosciuto financo dal suo primo ideatore e firmatario, maneggiato e compromesso per diventare completamente diverso dai suoi principi ispiratori. Qualcuno potrebbe asserire che, come sempre, meglio una legge, anche migliorabile, che l’assenza, il vuoto normativo. Certo. Quello sulla “tortura”, però, approvato nel suo testo momentaneo lascia molte perplessità e interrogativi: come si debba aspettare il culmine di un comportamento lesivo e reiterato, la pervicacia portata al suo estremo prima di poterli condannare. E, a conferma della difficoltà e quasi inapplicabilità del testo, che andrà rivisto, s’alza la voce di associazioni storiche e singole persone che hanno fatto della “tortura” la propria battaglia, per averla vissuta in casa, sulla propria pelle, nei paraggi disperati. Di positivo c’è l’accelerazione sul tema dei diritti che, considerato il contesto nel quale viviamo, sembra distrarci da situazioni irrisolvibili e disordinate, tanto complesse da non essere aggiustate con la buona volontà né con il giudizio e la teoria, la ricetta tecnico/scientifica di professori illustri. Oggi è uscito il nuovo studio dell’Istat che raggruppa la popolazione italiana individuando ben nove differenti livelli sociali. I criteri per individuare le nove aree sono aumentati e si è cercato di dettagliare, sempre più, la ricerca. Ne esce fuori un Paese diviso e povero dove, tranne i vecchi pensionati d’argento e quelle che si ha timore a definire élite, che rappresentano la percentuale più esigua del Paese e del globo terracqueo, tutti annaspano per restare a galla, aggrappandosi a un troncone, alla “famiglia” o quel che ne rimane nell’accezione più antica, unico ammortizzatore sociale rimasto. Quando non sono stipati nella stiva di pseudo imbarcazioni di fortuna. Le famiglie monoreddito d’italiani e stranieri, anche, si affannano. La verità è che non basta più, ma da tempo ormai, né un titolo di studio, né un normale impiego a garantire una vita dignitosa che implichi, anche, la possibilità di curare qualche interesse se non quello unico della sopravvivenza. Il ceto medio non ha più garanzie perché, anch’esso, si è impoverito e non solo economicamente, ma strutturalmente. Così la “classe operaia” e gli “impiegati” sono cambiati. Tutto è liquido e magmatico, dai confini tanto incerti che la mobilità e il passaggio da una povertà all’altra sono facili e veloci, delle volte non ce se ne accorge. Esclusa l’élite e gli ultimi pensionati, nel mezzo esiste un oceano eterogeneo come composizione di genere, razza, provenienza e sistema famigliare. Comunque, un orizzonte oceano vasto, diviso, povero, dove i colori sbiadiscono e tutto scolora per uniformarsi. SI continua a sperare e desiderare, ‘ché non ha prezzo e costo, né fatica. Ognuno è rivolto, con il pensiero prima, lo sguardo opaco poi, alla propria terra promessa. In bracciate d’andata e ritorno, solo andata, solo ritorno. L’importante è conservare possibilità, duttilità e speranza, soprattutto tra le onde.

25stilelibero