Dodici anni fa. Era una notte calda, la fine del mese di maggio già imperlava la fronte, movimentava il sonno sempre vigile. Era una questione di ore. Chiesi di poter venire in ospedale, all’occorrenza, per essere di supporto. Ma la voce, tesa, tradiva una qualche utilità. Volevo esserci, perché anche il mio stato, di lì a poco, sarebbe cambiato per sempre. La mia famiglia si sarebbe allargata e, volente o nolente, sarebbero subentrati pensieri e accorgimenti, proiezioni, responsabilità e nuovi sentimenti. Mi feci promettere che a qualsiasi ora della notte o del mattino fossi arrivato, mi avrebbero dovuto avvertire. Sarebbe bastata una chiamata, un messaggio. Puntuale, verso le due di notte, sentii il telefono sul comodino trillare. Non credo dormissi, facevo finta. Ero vigile: il corpo dormiva, ma la mente era concentrata ad aspettare l’esito, predisposta ad accogliere il verdetto. Arrivò puntuale il messaggio e, nel messaggio, la tua foto. La prima immagine. Stavi bene, tutto procedeva al meglio e guardavi verso l’obiettivo con un’espressione adulta, seria. Mi piace immaginare che avrai supposto, in mezzo a tanto clamore che s’approssimava al clangore, allo sferruzzare in cucina, al chiacchiericcio felice e disordinato che accompagna gli eventi, di doverti voltare in direzione di quella primitiva quanto erratica manifestazione di giubilo che accompagna, inevitabile, ogni principio di esistenza. Tutto intorno a te, senza che ne avessi consapevolezza e desiderio alcuno, si muoveva e complottava per il tuo bene. Eri già pulito, con lo sguardo deciso, tranquillo e l’occhio enorme, sgranato. Facevi impressione per la sicurezza e la certezza con le quali, da solo pochi secondi, sostenevi il mondo: eri già bello. Dopo quella implosione di felicità, un senso di pace che s’irradia dallo stomaco al resto del corpo, alla gioia indescrivibile ed eccitata è subentrata una definitiva serenità. Potevo chiudere gli occhi, dormire, tornare a nuotare in attesa di prenderti in braccio. Grazie Mattia, ieri come oggi.

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