Chissà cosa avrebbero fatto oggi i nostri nonni. Come si sarebbero comportati. Immaginarli con la loro esperienza ed età, semplicemente proiettati, di più, catapultati in avanti nel tempo, con un’accelerazione indesiderata e coatta. Supporli nelle dinamiche della conoscenza e dell’amore, dal corteggiamento alle lettere, dall’utilizzo di perifrasi eleganti alla scelta di sinonimi mai dozzinali e banali. Supporli in interminabili attese, in silenzi e non detti più eloquenti di qualsiasi impulso e impeto, di un incontinente sciorinare e sgranare vocaboli e invettive. Avrebbero provato disagio e commesso degli errori, più o meno goffi. Sarebbero stati vittime di quella stessa tecnologia mai scelta. “Tremendo”. No, non avrebbero mai proferito la parola “tremendo”, anche nell’accezione di puro e semplice stupore, non necessariamente in quella negativa. Avrebbero taciuto. Si sarebbero risparmiati il più possibile. È comunque un paragone impossibile, una suggestione irreale, come ragionare di un volo pindarico del pensiero. L’equivalente di una sinestesia. Come associare azioni e percezioni impossibili e incongruenti. Eppure, oggi, proprio con la tecnologia si pensa di poter dire e fare tutto. Ci si arroga il privilegio di mantenere e intessere relazioni diplomatiche, risolvere problemi, sintetizzare pareri inequivocabili. Questa facile suggestione, che s’approssima a una sorta di delirio ed effetto lisergico quando non corroborati da esperienza e conoscenza, da una cultura politica reale, dall’esperienza della comunicazione può indurre in errori incredibili e macroscopici, fino a costringere a rettifiche e smentite. Perché è certo che con un numero limitato di caratteri, per quanto esperti e disinvolti, non si possono liquidare questioni internazionali, patti, equilibri mondiali. Se con la stessa leggerezza con la quale si conduce un programma televisivo, nel quale si licenziano personaggi che non sono ritenuti all’altezza dei propri progetti, si affrontano relazioni internazionali, il rispetto di parametri climatici, si è poi costretti a isolarsi, sovente alla smentita, al licenziamento del collaboratore non abbastanza lacchè da assecondarci in ogni capriccio. La presunzione di poter coprire ogni spazio e tempo, di esercitare un controllo, di avere ed esprimere comunque un’opinione su qualsiasi argomento senza avvalersi, almeno, di collaboratori informati, porta a circondarsi di un’infinita quanto resistente cerchia di nemici che prolifera di secondo in secondo. Allora, dopo i primi errori, forse meglio provvedere o, più saggio, tacere. Perché non basta l’arroganza di credersi nel “vero” e di potere dire sempre ciò che si vuole e prova a renderci credibili e responsabili. La spontaneità non è verità, solo umoralità. Un pensiero libero e spontaneo non corrisponde per questo allo stato delle cose, né ad un’analisi oggettiva di ciò che si pretende di decidere e qualificare. Basterebbe questa banale considerazione. Per questo motivo i nostri nonni, oggi, precipitati nel futuro-presente, dopo una manciata di secondi continuerebbero a indugiare in galanterie, a trastullarsi in tempi lenti, in non detti eloquenti, in inviti galanti, in lettere scritte, in attese prolungate. Desisterebbero, per molto meno, responsabili solo delle proprie azioni circoscritte e non dei destini del pianeta, dall’utilizzo di un numero limitato di tweet per risolversi e decidersi.

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