Tutto da ripensare. Quanto nervosismo. Le attese disattese. Uniti si vince, separati no, anzi forse sì. I partiti erano categorie svaporate, invece no, solo i contenitori lo sono. Gli ideali e i principi ispiratori sopravvivono sempre, incorniciati e contestualizzati differentemente, a livello nazionale ed europeo. I partiti resistono, eccome. Ci costringono a una lettura differente. Non esistono più le illusioni, le chimere, le speranze inopportune e sproporzionate rispetto al quotidiano che si vive. Non esiste più l’autodeterminazione, l’essere volitivi, che il volere è poi potere. Evaporano determinazione e volontà che si concretano, tornando allo stato liquido, solo in rare occasioni, circoscritti ambiti. Si assiste alla radicalizzazione delle posizioni storiche: queste tornano a vincere, a marcare la differenza. Si attinge dal noto per estremizzarlo. Non c’è più niente di equilibrato e mite a convincere, l’equilibrio crea scontento. I toni morbidi sono sinonimo di compromessi, coacervi e miscellanee di tanti fattori, per questo motivo la gente asserisce che sì, “non funzionano”. Al contrario, si richiedono semplicità e lettura diretta di temi e problemi. Si rincorrono ipertrofia muscolare e ribellione, un improperio generalizzato. Le “terze vie”, sì, quelle sembrano ormai avere abbandonato ogni campo di confronto e consenso: sono state sostituite, piuttosto, da nuove formazioni, un ibrido di liberalismo e liberismo o da quelle, note, ma radicalizzate. L’astensione è ancora molto alta, l’elettorato più giovane continua a essere il più povero e scettico, a disertare le urne, ad abbandonare visioni, non si reinventa più, preferisce scappare. Le percentuali sull’occupazione, il reddito d’inclusione, l’allargamento dei diritti se da un lato dovrebbero farci ben sperare, dall’altro non leniscono i vuoti ancora presenti e profondi, le storture che rendono intoccabili sempre e solo esigue percentuali della popolazione. Difficile definire la “povertà” oggi, se ne determinano più scaglioni, se ne individuano dei sottoinsiemi. Sempre povertà è. La maggioranza di noi ci convive. Un dirupo profondo e oscuro, incolmabile, cui sopravvivere: un triste cavedio cui affacciarsi, sgarrupato, dove non cresce vegetazione e ci specchiamo nella mancata soddisfazione e realizzazione di un sogno, proprio quello che c’era stato promesso. C’è chi si tiene tutto per sé, chi ci convive non illudendosi più, chi continua a misurarsi cinicamente ed equilibratamente solo con ciò di cui dispone e chi, infaticabile, non ha ancora smesso di sognare. Nella migliore delle ipotesi leggiamo queste reazioni. Per le altre, d’ipotesi, riscontriamo la maggior parte a covare e coltivare una rabbia che deve inverarsi in uno sproloquio continuo, in invettive massacranti contro le Istituzioni tutte, a prescindere, contro ogni pensiero misurato, intelligente, costruttivo ma troppo mite e misurato. Se è normale attendersi un atteggiamento di questo tipo quando annichilisci ogni possibilità evolutiva e bruci ogni speranza e visione, ogni eventualità che domani si ripeta differente dall’oggi, è tragico che questa rabbia si radicalizzi e manifesti prendendo le sembianze di un monolite aprioristicamente “contro”. Che il molosso, furioso, sia proteso solo a instillare il dubbio, a massacrare e omologare chiunque la pensi differentemente da sé, o sia legato al già noto, alla classe dirigente, la multinazionale di turno, il già letto e considerato, il tanto peggio tanto meglio. Non c’è più esame sul contenuto, solo sul modo d’incedere e procedere. Ci si ritaglia una nicchia, dove potere riconoscersi, senza vergogna e timore di essere fraintesi, associati al deleterio. La rabbia confuta la scienza e ogni provvedimento, perché non vuole più ammettere verità e indicazioni, costrizioni al di fuori del proprio intelletto e volontà. Questa non è, ahinoi, democrazia: è incauto e pericoloso esercizio della propria bile straripante, dell’incontinenza verbale e d’azione. E’ incapacità di critica costruttiva. E’ un egoistico e pericoloso rifugiarsi. Tra le immagini che campeggiano, di questi giorni, impressionano le proteste andate in scena e le manifestazioni, più o meno pacifiche, contro le vaccinazioni obbligatorie. Sono, tra le altre, proprio lo specchio di questa Italia che arranca, che non vede, che è colta dall’ottundimento, che sbraita perché solo in questo modo prova soddisfazione, come alla fine di un allenamento sportivo estenuante. E’ povera e sfiduciata, ma quando s’affatica e si stanca fino all’inverosimile si libera e, per un poco, ha la percezione di ossigenare e diradare il proprio orizzonte. Ritiene di avere demolito inutili sovrastrutture, opache, di aver rimosso ostacoli al riordino dei propri pensieri. Ora, sgombera di pacatezza e ingiustizia, può indicizzare i propositi e problemi da affrontare. Non basta, però, questa rabbia. Non a cambiare la realtà, non supponendo che le scie chimiche abbiano un loro senso, che i vaccini siano solo un prodotto per arricchire grosse multinazionali, che il sorriso di una persona civile incrociata per caso nasconda un complotto. C’è una regressione, vera e disperata, anche comprensibile, all’odio come unica forma catartica, codice facile e d’immediata opposizione. Questo impressiona, perché non risolve ma regala, solo, quell’effimera sensazione di libertà e autodeterminazione che non portano da nessuna parte. Solo a una quieta illusione, poco dopo rimonta la rabbia.

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