“Tu che ne sai del vero amore?”- mi dice la signora a bordo vasca. E’ magra, con lentiggini e capelli corposi, ricci, ingarbugliati che tendono al rosso. La carnagione molto chiara. E’ esile e ha gli occhi tondi, tutta un fascio muscolare, contratta sembra un fumetto giapponese.
“Io, per amore, non ho avuto figli. Per amore non mi sono sposata e, sempre per amore, non sono indipendente. Sono costretta a lavorare, e tanto anche, senza alcuna soddisfazione” – rincara la dose non ammettendo replica.
Accanto a me, il signore sulla mezza età, suo interlocutore, sta già caricando le parole da spararle addosso. Questione di secondi. Lei, severa ma dolce eroina allo stesso tempo del fumetto, incapace di finzioni se non quelle del pudore, sgrana un sorriso che tradisce enormi occhi lucidi stondati, la fronte aggrottata, il naso arricciato e la mascella prominente. La rappresentazione icastica del nervosismo, un insieme di tratti somatici e movimenti muscolari accelerati, acconciati perché ne emerga un precario equilibrio.
“Specchio riflesso” – direbbe il bambino che ne subisce la veemenza.
La voglia di arrabbiarsi c’è, ce n’è tanta, ma piangere non può: non vuole farlo perché a bordo vasca, di fronte agli altri, non conviene.

“Beh, io credo di saperlo cos’è l’amore” – risponde l’uomo accanto a me, ripresosi dal torpore e dall’ottundimento nel quale l’hanno precipitato le sue parole, con voce profonda e roca.

“E’ stato rinuncia, quella stessa che rivendichi tu” – puntandole l’indice come a prenderne le misure.

“L’amore – prosegue – una scelta, quella di voler maturare e confidarmi con un’unica persona, di non precluderle e preservarle niente, nei limiti del possibile, nel bene e nel male. Un’incontinenza emotiva che è stata verità. Una reciprocità assoluta. Viene prima di me, lo difendo col morso dell’esistenza non per un imperativo morale, un principio astratto, un ideale cui corrispondere egoisticamente, solo perché così lo sento e ha un senso”.

Li osservo, e anche se l’argomento si presta a facili generalizzazioni e luoghi comuni, mi fa strano che ancora se ne parli come si stesse ragionando di problemi filosofici, di calamità naturali, di ricette prioritarie e indifferibili per la tutela dell’ecosistema. Eppure è così.

Un oleandro sul ciglio della strada. Un’autostrada. Una pianta semplice, resiliente alle temperature feroci come alla scarsità d’acqua. E’ lì a osservarti sfrecciare in automobile, mentre distrattamente passi accanto camminando, e la tua impronta calca l’asfalto surriscaldato. L’oleandro è sempre lì, vigile, testimone di vita. Cresce ovunque, in molteplici colori, nelle tele di quadri incandescenti.

Un amico, un giorno molto lontano, mi ha spiegato il suo amore così. Con l’oleandro.

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