Quel che davvero trovo indigeribile è l’estrema personalizzazione cui siamo abituati. In ogni campo, anche quello istituzionale. Davvero, devono mancare reali ricette e soluzioni a problemi complessi, talvolta drammatici, perché a fare le differenze non sono tanto i contenuti, piuttosto le persone: il carattere, il piglio, la fisicità, il modo di porsi e proporsi. Una fronte aggrottata, un naso arricciato, una fisicità slanciata, una voce tonante. E così il giovanilismo imperante, la narrativa dell’estetica e l’estetica della narrativa: giovane, veloce, molto imprecisa ma veloce e a effetto. Difficile pensare che si possa prescindere dalle singole persone. Ci farebbe bene ritornare a parlare d’idee, argomenti, ipotesi, sperimentare strade e percorsi alternativi. Nell’oggi si cerca il consenso, si strappa di mano con tutti i mezzi, anche inusitati e sospetti, al limite del legale. L’importane è convincere e farlo con i mezzi più persuasivi. Se sortiscono l’effetto desiderato con la massima efficacia, il minimo sforzo e, soprattutto, in abbrivo, allora saranno prioritari. L’evoluzione del neurolinguismo, delle arti e dei gesti persuasivi e funzionali è la patina all’ennesima potenza, il luccichio, l’apologia dell’atto e del movimento, del comportamento. Il pensiero e suo contenuto vengono dopo: sono funzionali al loro conduttore. Come se l’etica fosse sì importante, ma non così indispensabile e, comunque, disgiungibile dal quotidiano più immediato. Recalcati e altri parlano molto di psicopolitica, della necessità di interpretare le norme contestualizzandole, di sapere prescindere e valutare oltre il segno, il momento in cui sono state disegnate e decise ma, soprattutto, dello sforzarsi ad applicarle secondo una conoscenza della sensibilità e psicologia collettive. Come dire che non siamo solo degli automi. Allora mi chiedo, come deve essere difficile districarsi per un giovane, suo malgrado disinteressato, che vuole capirci qualcosa, costruirsi un’opinione, provare a immaginare un proprio futuro, costruirsi una visione? Penso ai giovani e meno giovani, ai Neet, considerato il nostro triste primato europeo, preoccupati del loro domani. A cosa devono pensare di tutto questo personalismo, del dibattito ridotto a una contrapposizione di sparuti gruppi o singoli più o meno credibili. Sarebbe auspicabile pensare che nel breve periodo ognuno possa reimpossessarsi di un’idea di comunità e collettività. Ci penso sempre, mentre vedo i mie nipoti giocare, muoversi, esprimersi. Mentre studiano e si applicano. Non si domandano cosa faranno “da grandi”, vivono alla giornata, anche responsabilmente ma nell’attimo. E non è solo perché sono giovanissmi, devono avere intuito pur con pochi elementi ed esperienza che qualcosa rispetto alla gioventù dei propri genitori, zii, parenti più prossimi è cambiata per sempre.

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