La fila lunga e disordinata sotto il portico in penombra. Anche lei si mette in fila. Aspetta il suo turno. Rimescola i pensieri e prova a rappresentarsi l’incontro, a materializzare le parole da proferire, quelle giuste, per non sembrare inopportuna o offensiva. O, ancora, entrambe le cose. Ha i capelli meticolosamente avvolti in una crocchia, il trucco appena pronunciato, leggermente sbafato per il caldo, l’umidità che le evapora i pensieri tranne uno: la curiosità di provare.
“Almeno una volta”- continua a ripetersi per convincersi ulteriormente.
E così, con fare distaccato e curioso, zigzagando tenendo d’occhio le anse della folla, arriva il suo turno. Di fronte si trova, seduta dietro un bancone posticcio di legno, rimediato, una vecchia con il viso segnato. L’epidermide arata da rughe, distribuite con criterio, l’invecchia ancor più. Ha i capelli bianchi scarmigliati e vaporosi. Uno sguardo serafico, sospeso tra il profetico e il poetico. Un rossetto cremisi, molto forte, a tracciarle i contorni delle labbra, e un’aura di sospensione.
“Prego signora”- “cosa chiediamo al destino?”- l’incalza educatamente la chiromante.
“Beh” – remissiva e vergognosa la signora – “una storia”.
“Bene, un’altra” – sintetica la vecchia.
“Cosa vorrebbe dire?”- chiede spiegazioni la signora”.
“Che non mi chiedete più d’interrogare il futuro, di immaginare ogni bene o male possibili, consigli su come comportarvi, chi amare o non amare. Volete che vi distragga con delle storie, dove entrate e non c’entrate. Basta vi interessino e diano degli spunti”.
“Ah, sì” – prosegue la signora azzimata – “e pensare che pensavo d’essere l’unica strana”.
“No. Oggi mi chiedono solo storie. Ed io invento sulla base di quel che vedo, sprigiono immaginazione, mi lascio suggerire dai tratti somatici, dal timbro della voce, dall’atteggiamento. Per lei, ad esempio, immagino una vita ordinaria, lontana dai riflettori, in mezzo alla gente comune, tranquilla, serena. Le giornate scandite da caffè, appuntamenti, lavoro duro ma, anche, molte possibilità di confronto. Lei è una persona curiosa, che indaga e indugia sulle vite degli altri. Non lo fa per curiosare, semplicemente ne subisce il fascino. Potrebbe rimanere appesa alle famiglie che cenano assieme, ai crocicchi di persone nei nodi che attraversa, ai treni che passano veloci in stazione e alle voci metalliche che ne annunciano gli arrivi e le dipartite. Sarà anche felice. Scriverà il romanzo che non ha mai scritto, smetterà di fumare, i figli non arriveranno ma l’amore sì”.
“Mi piace”, stupita e sbalordita.
“Lo so, lo sento”.
Pausa.
“Voi e i vostri maledetti personalismi. La malattia di questo secolo. Siete accelerati e finite con lo smarrire ogni orientamento. Travisate voi stessi: cercate le sintesi e gli schemi, una visione manichea del mondo che vi rassicuri, uno slogan da cucirvi addosso. Subito dopo, però, rimpiangete l’anonimato. Ogni definizione vi va stretta, come un abito infeltrito.
Di più, capite che non esistono letture univoche, che tutto è melina, gioco delle parti: la contrapposizione per definirsi. È terminata un’epoca.
Ma ne avete davvero bisogno?
No.
Venite da me per allontanare lo strumento di chi, machiavellicamente, deve sintetizzare e servirsene per imbonire persone e creare consenso.
Volete delle storie, porgete la mano, annichilite il personalismo e non rinuncereste, mai, alla straordinaria ordinarietà.
E’ il lusso più grande, altro che personalismo”.
La signora ringrazia per la storia ricevuta, quella narrazione inaspettata.
È ancora sovrappensiero, lascia una banconota sul cubo di legno marcito e torna indietro aprendosi un varco tra la fila interminabile di persone.

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