La signora irrompe nel negozio. Accaldata, si guarda attorno e vorrebbe essere subito servita. Un piglio antico di chi è abituato ad imporsi o, quanto meno, ad essere sempre assecondato. Nelle volontà e, ora, nei capricci di una senilità. Con sguardo deciso e perentorio, dopo essersi accasciata su un puff di velluto, scolorito, che emana calore solo a depositarci lo sguardo sopra, rivolta a me: ‘canapa bianco, per forza. Non grigio. Solo canapa bianco’. ‘Prego signora?’ – facendo finta di non avere capito. ‘Solo bianco, e poi devo essere stanca. Troppo caldo’ – mentre il trucco le cola sulle gote e indugia in piccole conche attorno agli occhi. ‘Certo, lo prenderò solo bianco’ – conclusivo io. ‘E poi, guardi, che non è possibile. Vengo dall’Emilia, ma non ho mai provato niente di simile. La terra si rivolta, ci punisce, tra siccità, terremoti, eclissi e smarrimento. Non è possibile. Io sto bene qui. Seduta per ore, quelle che restano. Guardo le persone, le scruto muoversi, chiedere, indugiare e poi scegliere. Se posso m’infilo nei discorsi, è il mio modo di lasciare un piccolo segno’. La osservo e ormai è praticamente una maschera, madida di sudore ed esperienza. Le sue labbra, sottili, il timbro dolce e roco della voce. Mi viene voglia di abbracciarla. Lo faccio. Perché quello descritto dalle sue parole, tra il concitato e il disperato, è il comune destino. ‘Vada per il canapa bianco e grazie per il suggerimento’. Continuo a nuotare.                                              25stilelibero