Il terrore della catastrofe che torna, puntuale, sotto diverse sembianze. Costretti a conviverci con drammatica periodicità, intervalli di tempo che si affievoliscono, s’accorciano, ‘ché non siamo mai liberi e al riparo, che anche la scienza e le previsioni non sempre possono sortire un effetto taumaturgico ed essere antica e moderna panacea. Ci ritroviamo a piangere morti. Uno degli effetti psicologici è, immediato, quello di scappare, rinchiudersi dentro un cortile nostalgico, famigliare, un luogo certo.  Ma serve a poco, perché anche nel noto s’insinua l’imponderabile e riaffiora, continua, una puntuale coscienza.  Nessuna analisi particolarmente sovrastrutturata sottrae sgomento, né sollecita, né abitua a convivere con un caso, sempre più forte e imponderabile, rinvigorito, tumescente, insidioso al punto di accelerare ogni reazione. Conviviamo con la paura, schermandoci, aprendoci e, anche, chiudendoci nostro malgrado, costringendoci a un’elaborazione veloce e funzionale del lutto. Ma è mai possibile questa elaborazione? O, piuttosto, è l’ennesima proiezione di una nostra speranza, lo status che vorremmo sempre inseguire, inverato.
Prendiamo tempo, reagiamo, ci diamo da fare, approfondiamo e ci prodighiamo in molteplici aiuti o qualcosa che somiglia loro.
D’altronde, certo è cosa non dobbiamo fare: speculare e cavalcare il dolore, strumentalizzarlo per fini politici, sintetizzare con il populistico
‘ve lo avevo detto, io’.
Questo Paese è sempre più il luogo dove proliferano le sentenze e conoscenze, ma a posteriori, troppo stonate e manichee, mai prima o durante, quando tornerebbero utili e salvifiche.
Al netto di ataviche e possibili colpe, sempre individuabili, serve piuttosto, solo, darsi da fare e porre argini, rimedi, creare strumenti preventivi per il nuovo caso che, nostro malgrado, s’imporrà fulmineo o strisciante, graduale ma esiziale.
Nel dolore collettivo, più che improvvisare processi, stigmatizzare le mancate o abusate, distorte e lacunose leggi – argomento comunque necessario – è più opportuno, nell’immediato, arginare ed elaborare l’ennesima tragedia. La nostra. Continuiamo con bracciate, oggi niente affatto visionarie.

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