Il mio ricordo risale a parecchi anni fa. Comincia con una giornata estiva, svegliato da mia madre che con movimenti ruvidi e veloci mi sprona ad alzarmi. In cucina sta sferruzzando da un bel po’. Ha già confezionato dell’ottima pizza bianca, infarcita di fichi freschi tagliati con geometrica precisione. Le pizze si alternano nelle modalità con fichi e in quella farcita e più ricca di fichi e prosciutto crudo. Tutto il lungo corridoio di casa è abitato da odori potenti e ammaliatori.

“Pronti?” – conclusiva mia madre.

Preso il costume, il telo da mare, saluti sbrigativi, ripasso a mente e ho di certo scordato qualcosa. Dopo qualche minuto, ancora frastornato, con un pensiero nel sogno e l’altro nel futuro che mi attende di lì a poco, mi ritrovo nella cinquecento rossa.

Usciamo dal quartiere residenziale, che trasuda verde e calma, dove tutto è immerso in un ordine apparente e nessuno osa una parola fuori luogo, un atteggiamento distonico, una realtà parallela e distopica. Usciti da quel set cinematografico ci ritroviamo sulla Cristoforo Colombo, con mia madre e le sue braccia tese sul volante, i capelli nero corvino raccolti da un nastro di cotone, policromo.

Sembrerebbe guidare una Ferrari. Svicola e strattona il mezzo come fossi io, stralunato, o mia sorella, disobbediente. Invece è la sua indole battagliera, la serafica e laconica espressione di chi esterna poco ma, perentoria e ficcante, non sopporta d’essere contraddetta mentre tesse la trama del mondo.

“‘Ché non ho tempo da perdere” – ripete il suo mantra.

A volte, compresa nella sua assertività, dimentica di mettere la freccia nella corsia del sorpasso e prende male le misure del parcheggio. Insomma, si procede sovente tra qualche clacson e la voce repentina a soverchiare il tutto. Trova il tempo, anche, di conficcarsi sull’asfalto prodigandosi in lunga e farraginosa frenata.

“Eh, devo dare il passaggio, non l’hai vista la signora sul ciglio della strada?”.

Così la signora sale sedendo al posto davanti, accanto a quello di mia madre.

Un’anziana signora, la pelle ricoperta di rughe, le labbra filiformi incolori, due occhi piccoli, sdentata, fatica a emettere una qualsiasi parola che rificca dentro il fazzoletto stazzonato, nero, a coprirle pochi e radi capelli.

Mia madre mi controlla severa dallo specchietto. Mi ammonisce con sguardo eloquente che dovrebbe proibire qualsiasi considerazione o innocua domanda. Invece, puntuale, si sbaglia. Con quel candore, per definizione placido e irriverente, che si addice e giustifica solo a un bambino: “Ma che sei la strega?” – faccio con voce squillante rivolto alla signora.

Subito mia madre soffoca l’imbarazzo con una fragorosa quanto forzata risata. Tutto finisce lì. Viaggiamo fino ad arrivare alla rotonda di Ostia. La signora ringrazia per il passaggio e scende. Resto dietro, soprattutto per la mia incolumità. La cinquecento, diventata incandescente sotto la calura di un luglio impietoso, si dirige al cancello numero sei. Arrivati, sarò libero di correre per la spiaggia, di tuffarmi e nuotare, inzaccherarmi le scarpe e il costume. La pelle brucerà al sole e sarò sempre felice. Il mio ricordo va a quei semplici antichi rituali che ognuno di noi conserva della propria infanzia.

Quegli spazi bianchi, dove ancora c’era concesso parecchio: per l’età e la fortuna, nel mio caso, d’essere nato e cresciuto tra regole e riferimenti politici radicali. Un’ enclave moderna e aperta, con le pizzette bianche, le insolazioni estive, approssimazioni e contatti reali. Il ricordo va a quel desiderio di costruire reti, collegamenti, ponti naturali tra realtà e fantasia, all’assenza di diaframmi, alla contaminazione sociale, a un linguaggio universale capace di sintetizzare e fondere classi e mondi sociali differenti. Tutti lì, trafitti da un perenne raggio di sole, infarciti di desideri e sogni, con la consapevolezza di abitare uno stesso luogo e avere stessi inderogabili bisogni.

Lo stesso ricordo va non a una sola, ‘ché sarebbe riduttivo, ma all’elenco delle persone, degli sparuti luoghi, delle ricorrenti suggestioni e malie che hanno segnato la mia infanzia. Il periodo del cancello numero sei. Perché non c’è alcuna tristezza né rimpianto nel mio ricordo, un saluto che si rinnova di continuo, non scolora e non svapora, piuttosto s’invera nella rinnovata forza che scaturisce dal mantenerlo in vita, resiliente.

Saluto Cecilia Castracane, mio nonno Eugenio, Marina, la lussureggiante scuola Badini, il maestro Mangiacasale, le case diroccate accanto al Parco degli Aranci che scendevano verso il Lungotevere. Saluto, ancora, il bambino che mi ha strappato di mano quel Topolino cui ero tanto affezionato, l’odore di naftalina e caramella, di armadi chiusi, di stoviglie a mollo, di lacca raffinata che in una preziosa alchimia impreziosivano gli abiti di Cecilia. Saluto il ricordo della sua casa, piena di scienza e libri appilati quanto polverosi, le nostre confidenze e disquisizioni sulla vita, i suoi sogni infranti come gli amori mancati che continuavano a visitarla in sogno. Saluto il ricordo di una parola saggia per tutti, l’eloquio ragionato e aperto, conforto e analisi ante litteram.

Saluto mio nonno Eugenio, la bocca che si prodiga in un sorriso sornione, l’occhio di vetro per la bomba scoppiatagli in mano nel secondo dopoguerra, le sue lettere alla moglie e alla famiglia da fuori, il pudore e la compostezza, eleganti, di chi ha osservato il mondo dall’altra metà del campo, per me sbagliata e ostile, per lui l’unica giusta e possibile. Saluto i nostri rituali, la voluttà nel canzonare e schernirsi, bonariamente, del mondo. La divertita irriverenza verso le regole, quelle stesse che subì e ha saputo impartire a mio padre, saltando con me una generazione, forse per troppo rimorso.

Saluto Marina, della quale per giusta riservatezza e rispetto non posso svelare il vero nome. La ricordo sempre. Mi chiedeva inspiegabilmente di lasciarle il motorino nei posti più impensabili di Roma con la raccomandazione che: “qualche ora e te lo lascio parcheggiato dove l’ho trovato, non preoccuparti”. Saluto le sue lentiggini, gli occhi screziati di giallo come i suoi capelli, indomiti ricci, folti, naturalmente scarmigliati dove s’annidavano desideri irrealizzabili, distrazioni d’attenzione, incomprensioni famigliari e qualche amore sbagliato. La vedo che mi sorride affettuosa, non come la ritrovarono stesa, sul suo letto, per sempre. Ancora troppo giovane per andarsene e già ingombra di felicità artificiale.

Saluto il maestro Mangiacasale che mi ha reso, per primo, un “piccolo grande uomo”. Ancora acerbo, ma pronto per ricordare il cortile nostalgia, indossare il bagaglio di pensieri e insegnamenti con il passaporto per il mondo, di sopportare ogni dose di dolore cui nessuno è immune. Saluto la Badini e i miei primi amici, il gioco delle biglie sulla ghiaia che imbiancava ogni indumento, le rivalità e i primi confronti, ineluttabili prove di prevaricazione e unici saggi di crescita caratteriale. Saluto Leonardo e la sua grande famiglia.

Tutto quanto è arrivato dopo, è avvenuto fuori del cancello numero sei di Ostia, del giardino della scuola elementare Badini, della case di famigliari e amici. Tranne Marina.

Il mio ricordo è un saluto che si rinnova ogni giorno.                                                                      

                                                                           David Giacanelli, nuotando, 25stilelibero