“Tu pensi sia un caso?” – aveva chiesto Marianna alla sua amica.
“Ma, io non credo nel caso” – le risponde laconica.
“Neanche io, mi piace immaginare che c’è un ordine disordinato, un caso inafferrabile, un’alchimia disciplinata da sconosciute regole e proveniente da altri mondi, un pensiero puerile che c’impone di fare combaciare piccoli e grandi eventi con la consapevolezza”.
“Cioè?” – le risponde l’amica interdetta e scettica.
“Cioè improvvisamente ti appaiono, come sequenze di un film chiare e nitide, le azioni che dovresti compiere, che il buonsenso ti suggerisce, le soluzioni a un ingarbugliato gomitolo di “se “, “forse” e “ma”.
“No, non ti seguo”- incalza l’amica gettando gli occhi all’insù, a esprimere il totale disincanto, di più, il dissenso.
“Di fronte, dove, poi?” – rincara la dose.
“Di fronte agli occhi, sospese nell’aria: le visualizzi. E ad accelerare il processo di visualizzazione è stata una parola furtiva, un oggetto, uno starnuto, un rumore, uno sguardo, un qualsiasi segno che ha rotto, suo malgrado, la sequenza d’intorpidimento delle idee”.
“Sì, certo” – indolente e languida l’amica.
“Ma ora cosa ti prende: a mulinare tutte ‘ste idee?!” – la fissa negli occhi.
“Ma no, niente, è che quando sono con voi posso parlare chiaro e tutto quello che, rinchiusa nelle quattro mura domestiche mi agita e lievita dubbi, qui si fa credibile e acquisisce corporeità”.
“Buon per te” – le fa l’amica.
“E in questo caso specifico, a cosa ti riferisci?”.
“Al tempo che passa, ma non passa: invecchiamo ma restiamo sempre noi, con le nostre inclinazioni. E’ un bene, ci rende sempre decifrabili e annichilisce ogni malinteso”.
“Tu dici” – buttando fuori un cerchio regolare di fumo dalla bocca l’amica, che ha aspirato profondamente, trattenendo un poco tremante la sigaretta, tra l’indice e il medio della mano destra.
“Io dico, sì” – convintamente Marianna.
“Rompiamo cordoni ombelicali, evolviamo ma, di fondo, siamo noi, e la ricorrente frequentazione ci fornisce la lettura che va oltre anni e anni di vita, esperienze, spigoli, carattere e indesiderate quanto improvvise distanze. E’ rassicurante” – congiungendo allo stomaco i palmi delle piccole mani e rilasciandosi all’indietro, sullo schienale della sedia.
Le fisso e sgranando un sorriso infantile, perché siamo in tema, dico loro che non è passato un attimo da quando consumavamo le estati afose a dimenarci.
“Il cavallo di piume” – sussurro sottovoce.
“Cosa?” – mi richiamano all’unisono.
“Siete come un cavallo riempito di piume. Possente e leggero allo stesso tempo, temprato da chilometri al galoppo, affaticato e imbiancato, sfocato dal tempo, crepato da vene improvvise e con occhi arrossati, ma con quella meravigliosa leggerezza per ricominciare, sempre, daccapo. Con la tempra ferina che setaccia sciocchezze e le spazza via assieme alle vacuità per cibarsi di elementi solidi. Sì, il cavallo di piume”.

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