Festeggia sempre tutto, esalta tutto quanto ti accade. Le cose belle, quelle brutte, i traguardi e i fallimenti” – mi diceva accompagnandomi a prendere una coppa di gelato al parco.
Allora, non ero troppo convinto dell’efficacia di quelle parole, semplici, troppo evidenti, quasi elementari per potere risultare completamente credibili.
Sì, ci sono proposizioni brevi, chiare, ruvide che restituiscono con efficacia e semplicità il senso del nostro peregrinare erratico.
Questa è una di quelle.
Lo capisci con maggiore consapevolezza ed esperienza dopo, non potendo schivare né tanto meno determinare molto tempo che ti rimane, molto domani, acconciandoti quel che capita. Spesso, accidentale, sfugge a regole e criteri scientifici.
Ed è vero.
Allora cominci a lavorare sulla consapevolezza, a parlare anche delle efferatezze e tristezze: vivi tutto, festeggi tutto.
Lo tiri fuori per subirlo ed elaborarlo, ‘ché dopo non ti farà più così male.
Anche quegli accidenti enormi, quelle calamità e disgrazie che hai quasi paura di pronunciare e articolare, solo pensare prima che possano inverarsi.
Prima o poi, in modalità differenti, si presentano senza preavviso e convenevoli.
“E allora festeggia”- ripenso alla voce di papà che mi strattona il braccio mentre ondeggio, titubante, qualche passo più indietro.
E’ così se n’è andata. Spero abbia sofferto poco.
In poco più di un anno.
A ritroso nel tempo, gli ultimi ricordi che conservo sono, tutti, chiari e li annovero tra le bellezze che contraddistinguono la nostra effimera presenza.
Si complimentava, poco più di un anno fa, perché le avevo detto che durante l’inverno mi sarei sposato.
Come spesso accade tra laici, progressisti, prigionieri sempre di qualche gabbia, avviluppati in qualche polverosa tunica, prigionieri di arrugginite anacronistiche gorgiere, si raccomandò di andarmi a prendere quei pochi diritti che questo Paese riconosceva.
Come volesse destarmi da un torpore silente, come vedesse già più in là, le fosse chiaro il sentimento, la contraddizione della libertà finalmente raggiunta.
Quella di potere scegliere.
Si raccomandò di fare presto, di non indugiare, di non lasciare che qualche strampalata considerazione potesse istillarmi un qualche dubbio, una perplessità. Perché il tempo fugge e, forse, sentiva che le stava già scappando di mano, che il bandolo del suo percorso avrebbe potuto sfilacciarsi di lì a poco.
Era seduta alla mia sinistra, sul tavolo, dove stavamo cenando.
Ogni volta che la ricordo vedo il suo viso spigoloso, gli occhi enormi, la sua immagine a corredo della raccomandazione.
La sua posizione radicale ed efficace, che si sveste di sovrastrutture ed è in grado di schernirsi di ogni pregiudizio, pensiero piccolo, angustia irrisolta degli altri.
Mi ricorda di pensare solo a me steso, alla felicità, al mio giorno, al traguardo insperato, al rito dell’atto, un simbolo che racchiude, comunque, parte del senso di quel che ho costruito.
Per questo, dopo averle parlato, mi sono sentito più sereno.
Ogni volta che qualcuno ha provato a manifestare misere considerazioni, puerili gelosie, a lamentare distrazioni d’attenzione, le sue parole chiare e pesanti come macigni mi hanno ridestato dal piccolo e irrisolto mondo antico, il torpore silente che si materializza in rigurgiti d’ipocrisia, nell’incapacità di pensare e focalizzarsi sulla propria volontà e serenità.
Te ne sei andata.
Hai smesso di soffrire ma, senza retorica, i tuoi sguardi eloquenti, i moniti a lasciar correre le ansie degli altri, a schermarsi per vivere meglio, ad approfittare di quel che rimane sono il tuo insegnamento. Un festeggiamento.
Grazie.

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