Dalle percentuali che vanno scomposte, ricomposte e interpretate si evince, senza alcun dubbio, che nel modello industriale 4.0 l’incidenza della diffusione dei robot con ogni possibile scenario futuro implicherà macchine sempre più sofisticate, intelligenze artificiali modificate, replicanti di altissimo livello. Il tutto escluderà le figure standard, ciò che per funzione e meccanismo prevede la ripetizione di uno stesso gesto. La prevedibilità meccanica sarà sostituita, a basso costo, e implicherà più precisione geometrica, un’arte senz’anima. Nell’elenco sciorinato dal convegno di oggi, tenutosi a Torino, compaiono i consulenti esterni, gli esperti di software per far funzionare macchine e robot, per prevenirne limiti, malanni e migliorarne la prestazione. Sovente saranno dipendenti di ditte e società esterne o esternalizzate dalla madre. Saranno vincenti tutte quelle occupazioni che garantiranno l’evanescente definizione di 4.0, quei ruoli dove il carattere e la disposizione psicologici possono, ancora, fare la differenza. Pensiamo, ad esempio, ai commessi, agli addetti alla vendita di mercanzia al dettaglio, a quelli che fondano nel rapporto ed empatia con il potenziale acquirente il successo e riuscita della propria professione. Difficilmente il più preciso dei robot, l’intelligenza più gelida e scaltra, tautologie d’obbligo, potrà comportarsi diversamente da come ci si aspetta, da com’è stato programmato. Allora l’effetto sarà quello, nella peggiore e più lontana delle epoche, tanto da preferirle ancora solo verosimili ipotesi, dello smantellamento di tutte le mansioni meccaniche e ripetitive. Pensiamo, ancora, ai conduttori dei tram, degli autobus, dei mezzi meccanici, al comparto del trasporto su ferro e terra, già in crisi. Ci sarà un livellamento e annientamento progressivo di tutti quei lavori più pesanti, logoranti e ripetitivi a differenza dei pochi lavori di “concetto”, che implicano spesso un rapporto diretto e non mediato con il pubblico, l’utenza, il potenziale acquirente. Per queste ultime mansioni, dove l’elemento personalità e soggettività farà la differenza, esiste una speranza in più. Anche i reclutatori di manovalanza saranno meno necessari. Così i tanto temuti capi del personale: anche il loro mondo sarà recintato e circoscritto fino ad essere picconato, i loro criteri di selezione della forza lavoro saranno stravolti e desteranno solo l’ilarità di un anacronistico atteggiamento. Insomma, trasversalmente e dunque democraticamente, un ossimoro, la digitalizzazione e l’industria 4.0 faranno fuori molte occupazioni, annichileranno diverse esistenze, sovvertiranno rapporti e relazioni lavorativi, prima, umane poi. Una rivoluzione noncurante del censo, della provenienza, dei titoli di studio, delle personali e più eterogenee formazioni individuali, di ogni singola capacità, valore e disvalore. Come ci immaginiamo? In una sorta di futuro distopico, antitetico a quello che ci hanno sempre raccontato, per il quale ci hanno allevato, cresciuto e formato, caricato di aspettative e reso volitivi. La crisi economica e del lavoro, partendo da altri presupposti, ha già concretizzato questo processo da tempo, cancellando e congelando diverse generazioni. Ora, in un futuro non auspicabile, potrebbe essere tutto ulteriormente accelerato e modificato, lasciando immobili le povertà e difficili sopravvivenze. Ci riscopriremo improvvisati e moderni luddisti, coltivatori di orti, neo – contadini della propria terra, del proprio orto condominiale, del giardino condiviso e recintato. Ripiegheremo laddove nessuna macchina, anche la più sofisticata, potrà raggiungerci e spiarci. Assisteremo alla motivata recrudescenza artistica, alla resilienza e innovazione di nuove e insostituibili forme artistiche, dove timbro, traccia e ispirazione non saranno replicabili. Ci reinventeremo di continuo, ancor più di quanto già non si faccia. E se inventeranno nuovi algoritmi, formule matematiche tradotte in processi tecnologici in grado di replicare estro e creatività? No, impossibile. Questa preoccupazione negli ultimi anni ha sfiorato ogni cittadino, occupato e disoccupato, ricco e povero, di ogni età e provenienza. E’ un pensiero che continuerà a indagarci più di quanto faremo con lui. Un’entità altra, insensibile, pervicace e capace di tutto. Allora, quando Raffaella mi chiede:
“Ma cos’è questo 4.0 che trovo scritto ovunque, in ogni articolo che leggo? Ero ferma al 2.0 e già facevo difficoltà a comprenderne appieno il senso. Cosa devo aspettarmi?” – sgranando gli occhi e incrinando la voce.
“Niente, tranquilla. Sono solo termini ridondanti, modaioli, che servono per occupare spazi” e, lo penso senza dirglielo, “creano incertezze e timori di un futuro poco leggibile”.
Continuiamo a nuotare.

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