Il mare dove non si tocca non mi ha mai spaventato. Al contrario.
Dove non vedo il fondale, penso ci sia sempre qualcosa di nuovo da esplorare e scandagliare. Il blu scuro è proprio del mare aperto, la profondità con i suoi segreti, un mondo variegato e parallelo che ha sempre richiamato la mia attenzione. E’ desiderio d’esplorazione. Come volersi spingere più in là, superare sempre un limite, lasciare il noto per l’ignoto. Andare a vedere.
C’è chi, al contrario, si sente protetto e rassicurato dal mare dove si tocca: solo da ciò che si vede e fin dove arriva lo sguardo. Come quando, alcune volte, da bambino e in seguito, prima di riuscire a fare una vera nuotata sulla costa del Mar Adriatico dovevo percorrere metri con l’acqua alle caviglie.
E mi chiedevo, sospirando: “Posso definirlo bagno, questo?”. La costa dell’Adriatico è meravigliosa, non tolgo nulla al paesaggio e alla natura, così all’organizzazione dei servizi e a quell’alchimia propria di certe corrispondenze, l’apertura e affabilità, la concretezza degli affetti che principalmente lì, puoi ritrovare.
Per fendere l’acqua con le braccia senza toccare la sabbia, però, così per sentire il vuoto davanti e dietro di me dovevo percorrere decine e decine di metri, spostare metri cubi d’acqua con la massa corporea, imprimendo un moto continuo, reiterato, e la riva alle mie spalle finalmente si faceva ricordo sbiadito, immagine svaporata. Il bagno dove il mare non si tocca è altra cosa. Implica una conoscenza dei propri limiti e della propria potenza. Presuppone l’attribuzione di un carattere.
“Il mare lì è cattivo” – mi ha detto una volta una signora che maneggia le parole come pane quotidiano.
“E’ vero – ho pensato – il mare può essere molto cattivo”.
Mai sinestesia fu più azzeccata, così come l’attenzione di certi isolani che si relazionano con la Natura attribuendole, sempre, un carattere specifico, interrogandola e interpretandola di continuo.
Al contrario. Più spesso ci muoviamo dove tocchiamo, ma è oltre quel limite che si dipanano destino e storia.
Un po’ come nel romanzo che di recente sto leggendo, molto ben scritto, di Fabio Genovesi. Una famiglia in un villaggio. Un’affettività corale. Una società rurale fatta di localismi e consuetudini famigliari, malie del territorio, personaggi che incarnano teorie antiche e superstizioni.
Va bene tutto, anche l’irrazionalità se nota e conosciuta, definita e compresa entro argini precisi.
In ogni famiglia e comunità ci sono dei “non detti”, che sono la forza e la debolezza di quella struttura sociale, lessici famigliari, gesti non sempre motivati e supportati da una logica apparente, eppure chiari nella loro irregolarità. Espliciti e sicuri poiché riconoscibili. Sono comunque radici, criteri inossidabili che ci spiegano molto di chi siamo e dell’ambiente nel quale siamo stati cresciuti e allevati.
Cambiamo sempre: possiamo evolvere, volutamente o perché costretti dalle contingenze, un volere terzo.
Importante è continuare a nuotare, anche dove il mare è cattivo, magari con maggiore accortezza, soprattutto dove non si tocca.

25stilelibero