Di Rosa, che incontro periodicamente, dentro e fuori dall’acqua, mi piace la leggerezza con la quale mi deposita le notizie più private e, aggiungo, gravi.
Come pesanti macigni, apparentemente insostenibili, matassa da dipanare.
Sono macigni veri.
E invece è lì, con la semplicità e la sequenza di un bambino, quella logica diretta e ridotta all’essenziale, che deposita anche l’accadimento più intimo, il più privato e doloroso.
Lo fa tra una bracciata e l’altra, prendendo lo stesso tempo, la stessa dose di ossigeno che si modula sulla sonorità delle parole.
E non muta espressione, non arrossisce, non corruga la fronte, non sgrana gli occhi, non spalanca la bocca.
No.
Semplicemente deposita tutto con la naturalezza e il desiderio di non tenersi niente per sé, di sé.
Non un gioco di parole, ma la necessità di apparire più trasparente e leggera.
Davvero encomiabile.
Perché non la vedi arrovellarsi sull’opportunità, sui tempi giusti, sulle pause e i silenzi dove inserirsi: si libera e punto.
Svuota esperienza e verità, l’accaduto.
Ti descrive lo stato che vive, anche quello corredato e incastonato in mille accidentali difficoltà, subite poiché inveratesi come scherzo della vita, come calamità insondabile e accidentale, efferata coincidenza o scelta altrui cui opporsi serve poco, a nulla.
Mentre sopravvivergli e raccogliere i cocci del vaso crepato è tutto: ginnastica e reazione della mente.
Non la resilienza romantica, quella descritta nei romanzi, che occupa gli editoriali, le percentuali statistiche di studi approfonditi sulla compagine sociale.
Anche questa è importante, ma la duttilità e resistenza immateriale di Rosa è un’altra cosa.
Rosa non ha il tempo di chiedersi, porsi interrogativi, la voglia di tornare sopra.
Deve nuotare e accelerare, prima che la polvere rossa sia transitata da uno spazio all’altro della clessidra.
Deve colorare e riempire l’altra metà dell’istogramma.
Non voltarsi più indietro, non ricommettere i soliti errori, non strabordare in sensibilità e non abbandonarsi all’incontinenza verbale e sentimentale.
Rosa ha cambiato registro, ha sferruzzato su di un nuovo ingranaggio: qualcosa si è rotto, certo, ma ora può godersi appieno il momento, avere un’equilibrata percezione del presente, dell’attimo.
Non siede più, scomoda, sul bordo della sedia. Ora s’abbandona, docile, allo schienale, per far aderire ogni suo più piccolo muscolo.
Non è rimozione, è visualizzare ciò che rimane da fare, l’azione come reazione a qualche ingranaggio avverso.
Mi piacerebbe essere come Rosa.
Magari, un giorno, mi sveglio anch’io con un altro ingranaggio.
“Perché” – mi spiega a bordo vasca – “non è questione di attitudine, non c’entra niente il carattere, piuttosto una nuova consapevolezza. Scegliere come viverti. Ci vuole coraggio e spogliarsi di pudore e vergogna, di troppe sovrastrutture e scheletri come coperte.
Ci vogliono poche, secche parole, così i gesti, così le bracciate.
Spostare poca acqua, schizzare poco, mantenere la stessa costante andatura.

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