Ho sempre ammirato il coraggio di chi, senza troppi tentennamenti, perché qualcuno è logico averne, prende la sua vita tra le mani e ne cambia direzione.
E’ un processo della mente, come primo passo, quindi un autoconvincimento che solidifica in scelta, una sterzata.
Dare forma e sostanza a nuove idee e obiettivi preposti, più spesso coatti.
La linea delle nostre vite, salvo imprevisti, si è allungata di molto, tra discutibili età pensionabili e quant’altro, nel magmatico e precario esistente.
Pertanto, se prima poteva essere un vezzo o sparuto quanto raro atto di coraggio quello di voler cambiare lavoro e vita, privilegio per pochi attutito da strutture e cordoni di salvataggio, oggi è normalità dettata dalla necessità.
E’ importante alimentare sempre nuove idee, provare a immaginarsi differenti, comprendere cosa rimane gradito e affine al nostro modo di sentire e cosa partendo da questa base possiamo sviluppare.
Rimescolarsi in questo mondo friabile e caotico, dove ogni certezza lascia il posto all’incertezza e alla difficoltà di vedere uno sviluppo, un progresso, un’evoluzione che sovente non consente d’immaginare oltre il mattino seguente il pomeriggio che ci vive.
Il tempo, infatti, lo subiamo. Dipanato in cicli che si ripetono uguali, con più o minore trasporto, ma ci lasciamo vivere senza mezzi per reinventarci.
Il numero dei suicidi economici è incrementato.
Dai piccoli imprenditori ai padri e alle madri di famiglia, monoreddito, improvvisamente senza lavoro.
Ci s’incatena, si protesta, si rubano spazi ai quotidiani per urlare il proprio sgomento, alcuni si cospargono di benzina.
Assistiamo, basiti, a drammatiche cronache sempre più ricorrenti.
E’ come se qualcuno, d’imperio, spietato Mangiafuoco e Polifemo avesse mescolato violentemente i numeri della tombola, le tesserine delle nostre vite dentro un sacchetto logoro e sfilacciato.
All’improvviso, ti mozza il fiato e il respiro, getta d’impeto i bastoncini di legno colorati del mikado, prima raggruppati e ben stretti in due pugni muscolari, sul tavolo, abbandonati al caso in una forza d’accelerazione centrifuga.
Dall’origine, via altrove.
Eppure, nel mio piccolo, ne ho conosciuta di gente che ha preso e se n’è andata.
Non perché costretta, ma dopo un’attenta riflessione. Il tempo di stendere un pensiero al sole, che è già privilegio per pochi. E, comunque, impavido lo ha fatto. Ha cambiato città, Paese, si è trascinato dietro prole e affettività, ha continuato il proprio “sogno” altrove.
Più che sogno, ha sgomberato con la necessità in altro orizzonte.
Sono un’alchimia, i sogni, per definizione, una malia per loro stessa natura, afferiscono al mondo onirico della pura immaginazione.
Sono valigia che trasciniamo, logora, dal cortile nostalgia, un cono d’intimità dove spaziare e sfogare un’irrazionale resilienza.
E così sono partite persone costrette a reinventarsi, a ricominciare daccapo bruciando esperienze e vissuto, disperate, cimentate nell’imparare nuovi idiomi e misurarsi con eterogenee attività in una nuova terra promessa.
Qualche volta la disperazione, altre volte una scelta ponderata scaturita dall’urgenza di una discontinuità.
Vedersi cimentati in altro, in attività complementari a quelle sempre svolte e per le quali ci si è formati: questo secondo caso costituisce già un privilegio poiché dettato dal libero e ardito arbitrio.
“Da una stella alla stalla”, il cammino contrario a quello narrato e rappato da Ghali, che giovani e nipoti attorno a me ascoltano rapiti.
Nelle formule culturali odierne, nelle espressioni artistiche o nei fiati che somigliano loro, la precarietà è normalità, indiscussa base di ogni ragionamento, abbandono di ogni velleità.
Davvero si vive di secondi, di flow, di “sogni dentro il biberon”, di ninne nanne, di perifrasi inventate e prive di senso, se non quello antico di ritrovarsi in una comune condizione.
Non possiamo tornare indietro nel tempo, ma è interessante constatare come attorno a noi, babyboomers di un tempo, allora più fortunati dei loro coetanei d’oggi, sono anch’essi smarriti nell’opacità che gradualmente ha contagiato tutti.
Nulla è dovuto, logico, consequenziale, effetto di una causa prodotta con determinazione, conseguenza di uno sforzo.
Ai miei tempi di bambino era normale sognare, vivere dentro nuvole sospese, fumi colorati, come uomini che levitano con lo sguardo rivolto indietro, seduti su campanili, con le gambe penzoloni su davanzali innevati; una capra in una mano e un mazzo di fiori nell’altra, un violinista accanto a scandire il tempo di un bel progetto.
Ora, trasversalmente, il pensiero non si spinge oltre la cifra di qualche minuto. E’ regola universale, abituiamoci e impariamo a immaginarci, diversi, in nuove esistenze.
Ricominciare come respirare.
Daccapo.

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